A NEW YORK, OGNI VOLTA, E’ COME TORNARE A CASA

Alessandra Giorda(Alessandra Giorda) Dopo il successo riscosso al Lincoln Center di New York con Crispino e la Comare, ruolo che gli è valso l’apprezzamento della critica e del pubblico americano, il basso Mattia Venni è tornato sul prestigioso palcoscenico newyorkese con un nuovo protagonista rossiniano: Don Geronio ne Il Turco in Italia di Rossini, produzione di Teatro Nuovo dedicata alla prassi esecutiva storica. Un successo straordinario di pubblico e critica delle testate più autorevoli.  Un personaggio diverso, ma ugualmente ricco di sfumature, che l’artista affronta con raffinata sensibilità musicale e una profonda attenzione al teatro. In questa intervista, Mattia Venni racconta il ritorno al Lincoln Center, il rapporto speciale instaurato con il pubblico di New York, il lavoro sulla complessa umanità di Don Geronio e una carriera internazionale in costante crescita, guidata da passione, studio e rispetto per la grande tradizione operistica.

 

Mattia Venni TV2 OperaMattia, sei tornato al Lincoln Center dopo il successo ottenuto con Crispino e la Comare. Che emozione hai provato nel ritrovare il pubblico newyorkese con un personaggio tanto diverso come Don Geronio?

New York ha la capacità di avvolgere chiunque in un’energia unica. La città è estrema, senza mezze misure. Se si ha la fortuna di passarci qualche giorno la sua irruenza diventa quasi dopante. Ti viene immediatamente voglia di fare, di uscire, di creare e far parte di quel grande circo cosmopolita che l’ha sempre caratterizzata e l’ha sempre posizionata al vertice delle mete per chi si riconosce in quello stile di vita veloce, frenetico, e ambizioso che può molto rapidamente diventare il più gratificante e appagante al mondo. D’altronde Sinatra ci aveva già scritto una delle sue canzoni più celebri a riguardo “New York, New York”, e quando lo sentiamo cantare il verso “If I can make it there, I’ll make it anywhere”, capiamo immediatamente il perché.

Il pubblico newyorkese è un pubblico raffinato e curioso, sempre aperto ad imparare e ad ascoltare. Molto attento ed estremamente interessato alle arti che l’America ha importato dalla cultura Europea e in questo caso, dato che parliamo di lirica, da quella Italiana. Del resto uno dei templi sacri della musica, del balletto e dell’opera lirica è proprio il Lincoln Center di New York, del quale fa parte naturalmente anche il Metropolitan.

Durante questa produzione del “Il Turco in Italia”, ho ritrovato molti spettatori che mi avevano già iniziato a seguire dal 2023 a seguito del debutto di Crispino, molto curiosi di sapere quando mi avrebbero rivisto e con i quali si è instaurato un rapporto di amicizia. Il personaggio di Don Geronio è piaciuto molto e hanno ritrovato molti tratti simili a quelli di Crispino, dato che entrambi i ruoli si categorizzano come Bassi-Buffi. Questo li ha resi molto curiosi, e nonostante molti di loro non fossero familiari con “Il Turco in Italia”, li ho visti estremamente interessati e contenti di essere venuti a scoprirlo.

Don Geronio è spesso visto come il marito ingenuo e tradito, ma Rossini gli affida anche momenti di grande umanità. Qual è la chiave interpretativa che hai scelto per raccontarlo?

Il mio approccio allo studio dei personaggi che interpreto, sta nel dare al libretto un’importanza equivalente a quella dello spartito. In quanto cantanti, spesso si dimentichiamo di essere anche, e direi quasi soprattutto attori.

Durante il processo di studio, nel momento in cui capisco di avere imparato la musica, i ritmi e tutto quello che lo spartito mi insegna (forse la parte più metodica del processo di creazione), specialmente durante le prove di regia, lascio che la mia attenzione si sposti più sul personaggio e in un meticoloso studio del libretto. Non solo del mio ruolo, ma anche delle interazioni che quel ruolo ha con gli altri personaggi. Tutto sta li. Ed ecco che l’umanità di Geronio, come l’ingenuità, e tutti i tratti che compongono questo personaggio così intricato si fanno chiari.

Ho voluto dare grande importanza al rapporto tra Geronio ed il poeta per esempio, il quale è responsabile del destino di tutti, incluso il suo, e in egual misura il rapporto con la moglie Fiorilla, la quale Geronio non ha mai smesso di amare ed è pronto a perdonare, nonostante i continui lamenti e minacce. La fantastica musica di Rossini poi fa tutto il resto.

Il lavoro di Teatro Nuovo si distingue per l’attenzione alla prassi esecutiva storica. In che modo questo approccio influenza il tuo modo di cantare e di costruire il personaggio rispetto a una produzione tradizionale?

L’approccio alla musica di “Teatro Nuovo” è certamente diverso dalle produzioni contemporanee. Il progetto nasce per offrire produzioni belcantistiche che ricreano il più accuratamente possibile le modalità di esecuzione storiche e relative agli anni in cui le composizioni furono presentate al pubblico per la prima volta. Da un punto di vista di tecnica vocale e costruzione del personaggio non ci sono particolari diversità rispetto alla preparazione di un ruolo preparato in chiave più contemporanea.

Dal punto di vista musicale invece ci sono parecchi cambiamenti. Si predilige l’uso di appoggiature molto frequenti e non scritte (soprattutto nei recitativi), e le cadenze (anch’esse il più delle volte non scritte) sono pensate in fase di studio e preparazione con l’orchestra in modo straordinariamente meticoloso e unico. Teatro Nuovo inoltre da molto spazio artistico ad ogni cantante, cosicché abbia l’opportunità di esprimersi scrivendo cadenze proprie, aggiungendo portamenti e messe di voce, proprio come era uso fare in quegli anni.

Rossini richiede precisione tecnica, senso del ritmo e straordinarie doti attoriali. Qual è stata la sfida più stimolante nell’affrontare questo ruolo?

Ogni ruolo in Rossini ha le sue difficoltà. Nel caso di Geronio ce ne sono state molteplici, a partire dalla precisione nella dizione, soprattutto nelle arie e nei duetti, e le caratteristiche attoriali necessarie come in ogni ruolo belcantistico buffo, non solo per la grande quantità di recitativi ma per le molte espressioni facciali che richiede il ruolo, soprattutto nei concertati e negli “asides”. Quelle frasi in cui il personaggio parla “tra se”, ma in verità a teatro si rivolge al pubblico.

Mattia Venni TV2 OperaIl Turco in Italia è una commedia che, a oltre due secoli dalla sua nascita, continua a parlare al pubblico contemporaneo. Quali aspetti ritieni siano oggi più attuali e universali?

Nonostante siano passati e continuino a passare molti anni, da quando questi grandi compositori abbiano scritto i capolavori che ancora oggi abbiamo la fortuna di poter vedere e nel mio caso cantare ed interpretare, ci accorgiamo che le tematiche e come i personaggi sono descritti, non cambiano di una virgola dai comportamenti umani e dalle problematiche contemporanee.

Il Turco in Italia affronta temi come la disperazione umana legata all’amore non corrisposto, il tradimento, la compassione, la vendetta, ma soprattutto il perdono. Chiunque vada a teatro ad assistere a una recita del Turco in Italia, penso che si possa ritrovare in questi sentimenti.

La tua carriera sta attraversando un momento di grande crescita internazionale, con importanti debutti nei teatri europei e americani. Guardandoti indietro, cosa senti di aver imparato lungo questo percorso e quale traguardo sogni ancora di raggiungere?

È vero, tutto è cominciato quasi come una sfida personale, il volercela fare e il non volere arrivare un giorno a rimpiangere di non averci provato. Dopo tanti sacrifici e studio ho trovato tante persone che hanno creduto in me e mi hanno dato le opportunità che mi hanno permesso di espormi al pubblico, alla critica e ai grandi teatri. Facendo questo ho imparato tante cose.

La prima è senza dubbio il rispetto per la composizione che noi in quanto artisti/performer dobbiamo portare nei confronti di chi ha scritto quello che cantiamo e mettiamo in scena. Ho imparato anche a rispettare profondamente il pubblico che non dobbiamo dimenticare, soprattutto in campo operistico, fa spesso un grosso investimento per venire a vederci e sostenerci, soprattutto tra i giovani. Ci sono stati per esempio tanti progetti importanti di cui ho fatto parte che hanno portato musica nelle scuole, nelle case di riposo e nelle librerie di quartiere e hanno permesso a molte gente di entrare a contatto con il mondo della lirica, mai sperimentata prima.

Mattia Venni TV2 Opera

 

Cerco di impegnarmi ad aiutare cantanti emergenti che spesso mi chiedono consigli soprattutto sul mercato Americano e internazionale, data la mia particolare esperienza negli USA. E soprattutto ho imparato una grande umiltà. Ogni volta che apro uno spartito o imparo qualcosa di nuovo, l’essere consapevole di essere davanti a dei geni immensi della musica ed avere il privilegio di poterli interpretare e il dirsi “non so nulla, ma sono pronto ad imparare”.

Il traguardo da raggiungere è semplice: ogni giorno dare il meglio di se. Facendo questo sono convinto che tutti gli altri traguardi arrivino di conseguenza.

Se avessi dovuto invitare il pubblico del Lincoln Center a scoprire Il Turco in Italia con una sola frase, quale sarebbe?

Bhe dato che il Turco in Italia è ambientato tra Napoli e Sorrento è un bel modo di viaggiare per 3 ore, stando a New York in uno dei posti più belli al mondo divertendosi e risparmiando parecchio sul viaggio!

In Inglese gli direi:  “Free flight to Italy tonight from the Lincoln Center Airport!” “Sit and enjoy the ride”

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