(Alessandra Giorda) Sfolgorio e profondità: è questa la cifra stilistica con cui il soprano Mariam Battistelli veste i panni di Musetta nella Bohème in scena al Teatro Municipale di Piacenza. Dimenticate la semplice civetta superficiale: grazie alla guida del maestro Leo Nucci e a una sensibilità artistica raffinata, la Musetta di Battistelli sa unire l’esuberanza del Quartiere Latino a una profonda, disarmante umanità. In questa intervista, il soprano ci svela i segreti tecnici e interpretativi per affrontare l’iconico valzer “Quando me’n vo”, la chimica esplosiva con il Marcello del cast e il messaggio più autentico e contemporaneo che un capolavoro senza tempo continua a regalarci.

Musetta entra facendo rumore, perché vuole essere vista. Soprattutto vuole essere vista da Marcello. Mi interessa molto ciò che si nasconde dietro questa sua esuberanza: il desiderio di essere amata, l’orgoglio, una sensibilità che non mostra facilmente. Nel confronto con il maestro Leo Nucci abbiamo approfondito proprio queste sfumature. Musetta è un personaggio che conosco e amo, ma ogni volta trovo qualcosa di nuovo in lei. Quella che inizialmente può sembrare la più sfacciata, civettuola e superficiale è poi capace di una straordinaria concretezza davanti al dolore: si accorge dei bisogni di Mimì, mette a disposizione i propri gioielli e, nel momento più difficile, prega. Ho voluto che questa umanità fosse presente fin dall’inizio, anche dietro un gesto provocatorio o una risata, perché il pubblico possa riconoscerla quando emerge pienamente nel finale.
Il celebre valzer “Quando me’n vo” è un momento iconico ma anche una prova del fuoco per ogni soprano, dove presenza scenica e precisione vocale devono integrarsi perfettamente. Come affronti questo passaggio dal punto di vista tecnico e interpretativo?
La chiave è ricordare che si tratta di un valzer: deve esserci una sensazione di leggerezza e di movimento che rende tutto apparentemente spontaneo. Dal punto di vista tecnico cerco un legato morbido e un fraseggio capace di fluttuare, mantenendo sempre precisione e chiarezza della parola. Dal punto di vista interpretativo, invece, mi affascina il doppio livello di questa scena. Musetta sembra cantare per tutti, sembra voler conquistare l’intero Café Momus, ma ogni frase è destinata a una persona sola: Marcello. È come se, attraverso gli sguardi degli altri, cercasse di ritrovare il suo.
Puccini regala a Musetta una grande evoluzione nel corso dell’opera, passando dalla spensieratezza del Quartiere Latino al dolore composto del quarto atto. Qual è l’aspetto del tuo carattere o del suo percorso emotivo che sente più vicino a sé?
Mi riconosco nella sua brillantezza e nella sua profondità. Amo ridere, essere vivace, vivere le cose con passione, ma sento anche molto il bisogno di esserci per le persone a cui voglio bene. Credo che queste dimensioni possano convivere: essere esuberanti non significa sentire meno profondamente. Di Musetta mi commuove soprattutto la capacità di capire quando il proprio orgoglio deve fare un passo indietro. Nel quarto atto tutta l’energia che prima impiegava per attirare l’attenzione diventa attenzione verso Mimì. Sa cogliere un desiderio piccolo, concreto, e ne comprende il valore immenso. È una forma d’amore molto vicina a me: accorgersi dell’altro e fare qualcosa, anche quando non si può risolvere tutto.
Il legame tra Musetta e Marcello è fatto di passione, litigi accesi e profonda complicità. Come hai lavorato con il cast e il regista per rendere credibile e viva questa dinamica di coppia sul palco di Piacenza?
Abbiamo lavorato molto sulla musica e sulla parola, insieme al Maestro Leo Nucci. Puccini ci offre indicazioni preziosissime: un accento, una pausa, il modo in cui una frase risponde all’altra possono raccontare la storia di questa coppia. I litigi tra Marcello e Musetta sono accesi, ma dietro c’è una familiarità profonda: sanno come provocarsi, come ferirsi e anche come ritrovarsi. Mi interessa far sentire che ogni reazione nasce da ciò che l’altro ha appena detto o fatto. Anche nei momenti più comici deve restare percepibile il legame che li unisce, altrimenti si perde quella tenerezza che rende la loro relazione così umana.
Il Teatro Municipale di Piacenza vanta una straordinaria tradizione lirica e un pubblico molto attento e passionale. Che sensazione ti trasmette cantare su questo storico palcoscenico e che valore aggiunge alla sua esperienza artistica?
Tornare al Teatro Municipale di Piacenza, dopo la mia partecipazione a Mosè in Egitto qualche anno fa, è una grande emozione. C’è qualcosa di speciale nel ritrovare un palcoscenico che fa già parte del proprio percorso e abitarlo attraverso un personaggio diverso.
Sento un legame molto forte tra questo teatro e il suo pubblico: una presenza affezionata, attenta, appassionata, che vive il teatro come parte della propria città e della propria storia. Cantare in un luogo con una tradizione così importante mi dà un senso di responsabilità, ma anche una grande gioia.

La Bohème continua a commuovere e ad affascinare spettatori di tutte le generazioni da oltre un secolo. Qual è il messaggio più attuale che la storia di questi giovani artisti e il personaggio di Musetta possono trasmettere al pubblico di oggi?
Credo che La Bohème continui a commuoverci perché racconta esperienze che riconosciamo ancora oggi: cercare il proprio posto nel mondo, credere nel proprio talento anche nell’incertezza, innamorarsi, affrontare la fragilità e il dolore. Questi giovani artisti hanno pochissimo, ma riescono a creare un mondo attraverso l’amicizia, l’ironia e le piccole gioie quotidiane. È qualcosa che sento molto attuale.
La malattia di Mimì li mette davanti a ciò che non possono controllare e rivela il valore dello stare insieme. Musetta, in particolare, ci ricorda quanto sia facile giudicare una persona dalla sua apparenza, senza conoscerne la generosità. Nel finale sa trasformare il sentimento in un gesto concreto. Forse è proprio questo che l’opera può dirci oggi: anche quando non possiamo cambiare il destino di qualcuno, possiamo essergli accanto e rendere meno sola la sua sofferenza






