(Alessandra Giorda) Claudia Pavone torna al Teatro Municipale di Piacenza con Mimì, dopo aver dato voce a personaggi mozartiani e verdiani che hanno già lasciato un segno nel suo percorso artistico. Il soprano tedesco di origini siciliane affronta ora una delle figure più amate e universali dell’opera, protagonista di una Bohème che, a 130 anni dal debutto, continua a parlare con straordinaria immediatezza al pubblico. Nell’allestimento firmato dal Maestro Leo Nucci, nato nel 2019, e sotto la direzione del Maestro Vincenzo Milletarì, la cantante sceglie di guardare a Mimì oltre la sua fragilità, per restituirne il pudore, il desiderio, la dignità e quella forza silenziosa che la rende così profondamente umana. In questa intervista racconta il ritorno a Piacenza, il rapporto con il personaggio di Puccini e il lavoro necessario per trasformare la tecnica vocale in pura emozione.
Claudia, torni sul palcoscenico del Teatro Municipale di Piacenza dopo essere stata applaudita in ruoli mozartiani e verdiani. Che emozione si prova a calcare di nuovo questo palcoscenico e che rapporto si è creato con il pubblico piacentino in questi anni?
Il Teatro Municipale di Piacenza è un luogo al quale mi lega un ricordo particolarmente significativo: qui ho interpretato Cio-Cio-San in Madama Butterfly, in un allestimento firmato dal Mº Leo Nucci, e sono felice di ritrovarlo oggi con La Bohème. In questa stessa stagione ho avuto anche l’opportunità di vestire i panni di Donna Anna in Don Giovanni.
Tornare con Mimì significa dare continuità a un percorso artistico, attraverso personaggi e linguaggi espressivi molto diversi. Ogni incontro con un teatro e con il suo pubblico lascia una traccia; il bello è poterla ritrovare, ogni volta, sotto una luce nuova.
Mimì è uno dei personaggi femminili più amati, fragili e intensi della storia dell’opera. Come ti sei accostata a questo ruolo e qual è la chiave di lettura o la sfumatura psicologica su cui hai scelto di puntare di più in questa interpretazione?
Ho cercato di restituire a Mimì la sua verità, evitando di identificarla esclusivamente con la fragilità e la malattia. È una giovane donna che desidera amare, appartenere a qualcuno, vivere pienamente il proprio tempo. La sua delicatezza convive con una grande dignità e con una forza silenziosa.
Mi interessa soprattutto la sua dimensione umana, fatta di pudore, desiderio e consapevolezza. Mimì non è un’eroina tragica: è una donna nella quale possiamo riconoscere qualcosa di noi. Ed è forse proprio questa sua normalità a rendere la sua storia universale.
Quali sono le difficoltà vocali nel ruolo di Mimì?
Mimì richiede un equilibrio costante tra intensità lirica e intimità espressiva. La scrittura di Puccini alterna momenti di grande espansione a passaggi di estrema delicatezza, nei quali ogni sfumatura acquista un significato preciso.
La difficoltà è mantenere una linea vocale libera e naturale, senza mai sacrificare la parola o la spontaneità del fraseggio. È un ruolo che richiede solidità tecnica, resistenza e una particolare sensibilità nel dosare il suono. La tecnica, in questo caso, deve scomparire dietro l’espressione: il pubblico deve percepire soltanto la verità dell’emozione.

Questa produzione porta la firma e la visione registica di un pilastro della lirica come Leo Nucci (un allestimento storico nato nel 2019). Com’è lavorare con lui? Quali indicazioni preziose ti ha dato per entrare nell’anima di Mimì e nella Parigi bohémienne?
Lavorare col Mº Leo Nucci significa confrontarsi con un’idea di teatro profondamente legata alla verità dei personaggi. La sua esperienza si traduce in indicazioni concrete, essenziali, che invitano a cercare la naturalezza anziché l’effetto.
Il suo approccio richiede di vivere le situazioni con semplicità, rispettando la parola e soprattutto le indicazioni di Puccini. In La Bohème è fondamentale non forzare il sentimento: la commozione nasce proprio dalla quotidianità, dai gesti minimi e dalle relazioni autentiche. La Parigi bohémienne non deve essere soltanto un’ambientazione, ma un mondo vivo, fatto di amicizia, precarietà, ironia e sogni.
Quest’anno La Bohème celebra un traguardo straordinario, i 130 anni dal suo debutto assoluto al Teatro Regio di Torino. Qual è il “segreto” intramontabile della musica di Puccini e perché questa partitura continua a emozionare visceralmente il pubblico di ogni generazione?
Nella sua assoluta verità emotiva. Puccini racconta sentimenti universali senza mai renderli astratti: l’amore, l’amicizia, la giovinezza, la paura di perdere ciò che amiamo. La sua musica possiede una capacità straordinaria di dare voce anche a ciò che i personaggi non riescono a dire.
La Bohème appartiene al suo tempo, ma non è prigioniera di un’epoca. I suoi protagonisti sono giovani che cercano il proprio posto nel mondo, con le loro aspirazioni e le loro contraddizioni. È una storia che continua a parlarci perché ci ricorda quanto la vita sia preziosa proprio nella sua impermanenza. La modernità di Puccini risiede anche in questo: nella capacità di trasformare una vicenda privata in un’esperienza collettiva.
Sul palco sei affiancata da colleghi straordinari, sotto la bacchetta del Maestro Vincenzo Milletarì. Quanto conta la sinergia umana e artistica sul palco per rendere credibile un dramma d’amore così intimo?
È fondamentale. La Bohème vive di relazioni: quella tra Mimì e Rodolfo, ma anche il legame con gli amici, che costituisce il tessuto emotivo dell’opera. Perché tutto risulti credibile, è necessario che si crei un ascolto autentico tra gli interpreti, tanto sul piano musicale quanto su quello scenico.
Con il Maestro Vincenzo Milletarì, il dialogo tra palcoscenico e orchestra è essenziale per restituire tutte le sfumature della partitura. Puccini richiede grande attenzione al respiro, al colore e alla parola. Quando ogni elemento trova il proprio equilibrio, la musica non accompagna semplicemente l’azione: diventa parte integrante della vita dei personaggi.

Se potessi sussurrare una sola frase o un pensiero di Mimì agli spettatori che varcheranno le porte del Municipale per vedervi in scena, quale sceglieresti e cosa vorresti che portassero con sé uscendo a teatro?
Vorrei che il pubblico portasse con sé l’idea che la fragilità non esclude la forza e che la bellezza di un’esperienza non dipende dalla sua durata.
Mimì attraversa la vita con una straordinaria capacità di amare, senza perdere la tenerezza neppure di fronte alla sofferenza. La sua storia ci ricorda che non possiamo trattenere tutto ciò che amiamo, ma possiamo scegliere con quale intensità viverlo.
Se uscendo dal teatro gli spettatori sentissero il desiderio di guardare con maggiore attenzione alle persone e ai momenti che danno valore alla loro vita, credo che La Bohème avrebbe compiuto ancora una volta la sua magia.






