Franco vassallo Oman

IL MIO RIGOLETTO TRA L’OMBRA DELL’ANIMA E LA MAGIA DI MUSCAT

Alessandra Giorda(Alessandra Giorda) Mancano una manciata ore alla Royal Opera House Muscat per celebrare il 15° anniversario dello splendido teatro dell’Oman e  portando in scena uno dei titoli più amati e complessi del melodramma italiano per inaugurare la Stagione d’Opera 2026/2027: Rigoletto, nella monumentale e storica produzione firmata da Franco Zeffirelli. A vestire i panni del tragico giullare verdiano è uno dei più grandi baritoni: Franco Vassallo. In questa intensa intervista, l’artista ci guida tra le pieghe psicologiche di un personaggio archetipico e profondamente umano, spiegando come far risuonare la verità di un amore patologico e della sofferenza universale anche a migliaia di chilometri da casa, guidati dalla direzione di Evelino Pidò e dalla regia di Yamal das Irmich.

Franco, Rigoletto è storicamente un reietto, deforme e deriso, che usa il cinismo come scudo. Oggi parliamo moltissimo di inclusione e sensibilità. Come si riesce, nel 2026, a rendere la sofferenza di questo personaggio attuale e vicina al pubblico, senza farlo scivolare nel cliché della vittima o, al contrario, del mostro cattivo?!

La bellezza, la verità e la modernità di Rigoletto è che questo personaggio non è nè un perfido mostro nè una vittima (pur se nel corso dell’opera li diventa, alternativamente, entrambi!) ma, anzi, qualcosa di molto più vicino a tutti noi.

In un certo senso potremmo dire che Rigoletto rappresenta tutta l’umanità. Naturalmente non la parte risolta e luminosa dell’umanità, ma la parte oscura, la parte rimossa, la parte ferita, la parte irrisolta. La deformità del personaggio, la sua gobba, è un simbolo potentissimo che rimanda ad una deformità morale, ad una immaturità psichica, ad una emotività non risolta.

Il personaggio è, proprio per questa ragione, potentissimo, archetipale.  A mio avviso fu proprio la potenza di questo archetipo ad entusiasmare Verdi che, dal magnifico dramma di Hugo: “Le Roi s’amuse”, realizzò un’opera tra le più meravigliose, riuscite e potenti dell’intera storia del melodramma. Impressiona pensare che Rigoletto nasca mezzo secolo prima della psicanalisi freudiana e poco di meno rispetto al celeberrimo romanzo di Stevenson: “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hide”

La Royal Opera House Muscat è un gioiello di tecnologia e architettura nel cuore del Medio Oriente. Portare un dramma così intimo, violento e profondamente italiano come Rigoletto in un contesto culturale così diverso dal nostro cambia in qualche modo il tuo approccio emotivo sul palco? Avverti una responsabilità diversa?

Condivido in pieno quanto dici su questa meraviglia di teatro, un vero gioiello! La cornice culturale in cui si ambienta l’opera è la Mantova del Rinascimento, alla cui corte operarono artisticamente stelle di primissima grandezza, quali Andrea Mantegna, Leon Battista Alberti, Giulio Romano…segnando uno dei momenti più alti della storia e della cultura d’Italia.

Nonostante sia difficile immaginare un’ambientazione più consona per questa tragedia, la vicenda ci parla di qualcosa di eternamente vero in ogni tempo e in ogni luogo, proprio perché l’archetipo trascende qualsivoglia riferimento culturale e storico, appartenendo di fatto all’umanità intera, come ad esempio il mito e la tragedia greca.

O, per restare in quest’area del mondo, pensiamo a “Le mille e una notte”, sublime raccolta di fiabe archetipali, che – pur nella loro ideale ambientazione alto medievale nella penisola arabica e sue zone limitrofe – sono anch’esse eternamente vere in ogni luogo e in ogni tempo.

Riguardo invece la responsabilità di cui parlavi la avverto nel rappresentare questo titanico personaggio in un contesto in cui l’opera lirica non ha ancora antiche e profonde tradizioni, per renderlo cioè al meglio ad un pubblico non ancora molto esperto; per quanto la Royal Opera House Muscat festeggi quest’anno già il suo 15º anniversario (il tempo vola!); e sono lietissimo di prendere parte attiva ai festeggiamenti! E, simpatica casualità, quando 15 anni or sono questo sipario si apriva per la prima volta –
sulle scene di una magnifica Turandot di Franco Zeffirelli – io mi trovavo al Teatro Regio di Torino ad interpretare proprio Rigoletto con la stessa magnifica orchestra con cui adesso lo interpreto qui!

Franco Vassallo

Questa produzione porta la firma immortale di Franco Zeffirelli, un regista che ha fatto la storia visiva dell’opera. Lavorare all’interno di un ingranaggio estetico così definito e monumentale toglie spazio all’improvvisazione dell’attore o, al contrario, vi costringe a scavare più a fondo per far emergere la vostra personale verità psicologica?

Amo profondamente la storia e trovo questo allestimento del grande e indimenticato Franco Zeffirelli semplicemente ideale, con scene, costumi e spaccati della Mantova rinascimentale. Ma tale bellezza non è qualcosa di oleografico o statico. Rimandando direttamente all’ambientazione originale pensata da Verdi e Piave, quella bellezza esteriore stride ancor di più con la brutalità, la violenza, l’incomunicabilità e l’incomprensione vissuta dai protagonisti.

Direi quindi che, come interpreti, non ci distoglie, nè ci costringe, ma anzi ci ispira a scavare più a fondo per far emergere appieno la verità dei personaggi.

Rigoletto è un ruolo vocalmente e fisicamente devastante, un’ora e mezza di tensione pura. Cosa succede nella mente di Franco Vassallo nei venti minuti che precedono l’ingresso in scena? Esiste un rito, un pensiero o un silenzio particolare per “indossare” la deformità fisica e mentale del personaggio?

Hehe…certamente il ruolo è forse il più lungo e arduo mai scritto per voce di baritono. Mi sovviene il mio maestro, Carlo Meliciani, che affettuosamente mi diceva: “ricordati che quando indossi quella gobba devi prepararti a snocciolare il rosario!”.

È una frase emblematica e molto vera! Mentre sono al trucco faccio lunghi respiri, chiudo gli occhi e ripenso a quel lungo rosario da “snocciolare”; appunto, però, grano dopo grano, momento dopo momento, prestando estrema concentrazione ad ognuno di quei grani nel momento in cui ti arriva fra le dita, stando nel qui ed ora, senza farsi impressionare a priori dalla lunghezza di quel rosario!

Spesso Gilda viene dipinta come una ragazza ingenua e indifesa, e Rigoletto come un padre semplicemente iperprotettivo. Se guardiamo la storia con gli occhi di oggi, però, quello di Rigoletto è quasi un amore tossico, claustrofobico, che toglie l’aria. Come avete lavorato con il regista e Maria Kokareva, per rendere moderna e complessa questa dinamica familiare?

È totalmente un amore tossico, ma è l’unico che Rigoletto – con i traumi, le ferite e i sensi di inadeguatezza che ha introiettato – è capace di provare e manifestare.

Per Gilda le quattro mura e il giardino della loro umile casetta di Mantova “nell’estremità più deserta di una via cieca” rappresentano tutto il mondo conosciuto; così come l’amore che il padre le offre è l’unico che conosce e ringrazia di cuore per questo amore.

Ma il suo cuore di adolescente percepisce con chiarezza che il mondo è assai più vasto di così e desidera ardentemente conoscerlo.

 

 

Ci troviamo ben oltre il binomio modernità/tradizione…qui c’è un rimando chiarissimo ai progenitori del giardino dell’Eden e al guardiano demiurgo che li tiene rinchiusi lì dentro per paura che uscendo possano smarrirsi e soffrire…è incredibile a quante realtà archetipali ed eterne rimandi quest’opera!

Verdi sa descrivere queste realtà eterne così bene e con tale naturalezza che non resta che affidarsi alle sue note musicali e sceniche per realizzarle al meglio. È quello che abbiamo cercato di fare col direttore Evelino Pidò, il regista Yamal das Irmich, il soprano Maria Kokareva e tutto lo splendido cast impegnato in questo Rigoletto, lavorando intensamente ed empaticamente in profonda sinergia di intenti.

Nell’opera siamo abituati a misurare il successo con i decibel degli applausi e dei “bravo!”. Ma c’è un momento in Rigoletto – forse dopo “Cortigiani” o nel finale – in cui il pubblico si chiude in un silenzio assoluto, quasi sacro. Per te vale più quel silenzio drammatico o l’applauso finale a sipario chiuso?

Difficile dare una risposta esaustiva…l’applauso è sempre meraviglioso col suo caldo fragore ridente; ma un silenzio commosso, partecipe, introspettivo, nutre in profondità con la sua “sonorità silente”!

Il primo è come il sole che brilla alto in un cielo senza nuvole, il secondo come la splendida stellata di una limpida notte d’autunno…come si può dire quale dei due panorami vinca sull’altro?!…

 

English

 

Alessandra Giorda(Alessandra Giorda) Only a handful of hours remain before the Royal Opera House Muscat celebrates the 15th anniversary of Oman’s magnificent theater, inaugurating its 2026/2027 Opera Season with one of the most beloved and complex titles in Italian melodramma: Rigoletto, presented in the monumental and historical production by Franco Zeffirelli. Stepping into the shoes of Verdi’s tragic jester is one of the world’s leading baritones, Franco Vassallo. In this intense interview, the artist guides us through the psychological nuances of an archetypal yet profoundly human character, explaining how to convey the truth of a pathological love and universal suffering thousands of miles from home under the musical direction of Evelino Pidò and stage direction by Yamal das Irmich.
Franco, Rigoletto is historically an outcast, deformed and mocked, who uses cynicism as a shield. Today, we talk a great deal about inclusion and sensitivity. In 2026, how do you manage to make this character’s suffering feel contemporary and relatable to the audience without letting him slide into the cliché of either a mere victim or a villainous monster?
The beauty, truth, and modernity of Rigoletto lie in the fact that he is neither a malevolent monster nor simply a victim—even if, throughout the opera, he alternately becomes both! Rather, he is something much closer to all of us.

In a sense, we could say Rigoletto represents all of humanity. Naturally, not the resolved, luminous side of humanity, but the dark, suppressed, wounded, and unresolved side. The character’s physical deformity—his hunchback—is a powerful symbol of a moral deformity, a psychological immaturity, and unresolved emotional wounds.
For this very reason, the character is extraordinarily powerful and archetypal. In my view, it was precisely the strength of this archetype that thrilled Verdi when he adapted Victor Hugo’s magnificent play, Le Roi s’amuse, into one of the most marvelous, successful, and powerful operas in the history of melodramma. It is striking to think that Rigoletto was born half a century before Freudian psychoanalysis, and only slightly before Stevenson’s famous novel, The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr.Hyde!
The Royal Opera House Muscat is a jewel of technology and architecture in the heart of the Middle East. Does bringing such an intimate, violent, and deeply Italian drama like Rigoletto into a cultural context so different from our own alter your emotional approach on stage? Do you feel a different kind of responsibility?
I completely agree with your description of this marvel of a theater—a true gem!  The cultural backdrop of the opera is Renaissance Mantua, at whose court artistic giants like Andrea Mantegna, Leon Battista Alberti, and Giulio Romano worked, marking one of the highest points in Italy’s history and culture. Although it is hard to imagine a setting more fitting for this tragedy, the story speaks to something eternally true in every time and place. Archetypes transcend any specific historical or cultural framework and belong to humanity as a whole—much like Greek myth and tragedy.

Or, to stay within this region of the world, think of One Thousand and One Nights, a sublime collection of archetypal tales. Despite their ideal setting in the early Middle Ages across the Arabian Peninsula and surrounding areas, they remain eternally true everywhere and for all time.
As for the responsibility you mentioned, I feel it keenly in performing this titanic character in a context where opera does not yet have centuries-old traditions—in other words, bringing it at its absolute best to an audience that may not yet be deeply experienced, even though the Royal Opera House Muscat is celebrating its 15th anniversary this year (time flies!). I am thrilled to play an active part in these celebrations!
This production bears the immortal signature of Franco Zeffirelli, a director who defined the visual history of opera. Does working within such a precise and monumental aesthetic framework take away room for an actor’s improvisation, or, on the contrary, does it force you to dig deeper to bring out your personal psychological truth?
I deeply love history, and I find this production by the great and unforgettable Franco Zeffirelli simply ideal, complete with sets, costumes, and vistas of Renaissance Mantua. Yet that beauty is neither superficial nor static. By pointing directly to the original setting envisioned by Verdi and Piave, that external splendor contrasts even more sharply with the brutality, violence, miscommunication, and misunderstanding experienced by the protagonists.
So I would say that, as performers, it neither distracts us nor restricts us. On the contrary, it inspires us to dig deeper to bring out the full truth of the characters.
Rigoletto is a vocally and physically punishing role—an hour and a half of pure tension. What goes through Franco Vassallo’s mind in the twenty minutes before walking on stage? Is there a particular ritual, thought, or silence to “put on” the physical and mental deformity of the character?
Hehe… it is certainly perhaps the longest and most demanding role ever written for a baritone voice. It reminds me of my teacher, Carlo Meliciani, who affectionately used to tell me: “Remember, when you put on that hunchback, prepare yourself to recite the entire rosary!”

Franco vassallo Rigoletto Oman

It’s an emblematic and very true statement! While in the makeup chair, I take deep breaths, close my eyes, and think back to that long rosary to be “recited”—bead by bead, moment by moment, giving intense concentration to each individual bead as it passes through your fingers, remaining in the here and now without letting yourself be overwhelmed in advance by the length of the string!
Gilda is often portrayed as an innocent, helpless girl, and Rigoletto as a simply overprotective father. Looking at the story through modern eyes, however, Rigoletto’s love feels almost toxic, claustrophobic, and suffocating. How did you work with the director and Maria Kokareva to make this family dynamic feel modern and complex?
It is entirely a toxic love, but it is the only kind of love that Rigoletto—with all the trauma, wounds, and feelings of inadequacy he has internalized—is capable of feeling and showing.
For Gilda, the four walls and small garden of their humble home in Mantua, “at the furthest end of a dead-end street,”represent her entire known world. The love her father gives her is the only love she knows, and she thanks him from her heart for it. But her teenage heart clearly senses that the world is far vast than that, and she passionately yearns to experience it.
We find ourselves well beyond the binary of modernity vs. tradition… there is a clear reference here to the progenitors in the Garden of Eden and the demiurge-guardian who keeps them locked inside for fear that, should they step outside, they might lose their way and suffer…It is incredible how many eternal, archetypal truths this opera points to!
Verdi describes these eternal realities so brilliantly and naturally that all one can do is trust his musical and dramatic directions to realize them best. That is what we have strived to do with conductor Evelino Pidò, director Yamal das Irmich, soprano Maria Kokareva, and the entire magnificent cast involved in this  Rigoletto, working intensely, empathetically, and in deep synergy.
In opera, we are used to measuring success by the decibels of applause and shouts of“Bravo!“. But there is a moment in Rigoletto—perhaps after“Cortigiani“ or in the final scene—when the audience falls into an absolute, almost sacred silence. For you, which holds greater value: that dramatic silence, or the final applause after the curtain falls?
It is difficult to give a definitive answer… Applause is always wonderful, with its warm, joyful roar; but a moved, engaged, and introspective silence nourishes you deeply with its “silent resonance”!
The former is like the sun shining bright in a cloudless sky; the latter is like a gorgeous starry night on a clear autumn evening… How could anyone say which of the two vistas wins over the other?!

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