LA VOCE DELLA MALEDIZIONE

Alessandra Giorda(Alessandra  Giorda) Un anniversario solenne, un capolavoro immortale e un palcoscenico che si conferma straordinario crocevia di culture: la Royal Opera House Muscat taglia il traguardo dei suoi primi quindici anni e inaugura la stagione con lo storico allestimento di Rigoletto firmato da Franco Zeffirelli. A dare voce e corpo alla pietra angolare del dramma verdiano — quel Conte di Monterone la cui maledizione è il vero motore tragico dell’opera — c’è Gëzim Myshketa.

Baritono di solida caratura internazionale, tra le voci più apprezzate e sensibili della scena lirica contemporanea, Myshketa affronta questo cameo d’autore con la densità teatrale e la nobiltà d’accento che contraddistinguono la sua arte, trasformando una manciata di minuti in pura tensione drammatica. Un ritorno a Muscat che è anche testimonianza di stima e affetto verso la leadership del Sovrintendente Umberto Fanni e l’impegno artistico e organizzativo di Raffaella Murdolo, artefici della crescita internazionale di un teatro capace di fare dell’opera un ponte universale. In questa intervista, l’artista ci guida nel cuore di un personaggio breve quanto decisivo, e nel fascino di cantare Verdi alle soglie d’Oriente.

 

Gezim Mishketa oman

Gëzim, ritorni alla Royal Opera House Muscat in occasione dei 15 anni -compleanno del teatro – per la della messa in scena della straordinaria produzione di Rigoletto. Che atmosfera si respira nel cantare Verdi in un teatro così suggestivo nel cuore dell’Oman?

Tornare alla Royal Opera House Muscat in occasione del suo quindicesimo anniversario ha per me un significato particolare. Non è semplicemente tornare in un teatro: è ritrovare un luogo al quale ormai mi lega un rapporto umano e artistico molto profondo.

In questi anni ho visto quanto lavoro sia stato fatto in Oman per costruire, attraverso la musica, un vero dialogo fra culture. E credo che questo sia uno degli aspetti più straordinari della visione della Royal Opera House: non limitarsi a ospitare grandi produzioni internazionali, ma fare della cultura un ponte fra l’Oman e il mondo.

In questo senso desidero ricordare il lavoro di Umberto Fanni, che con grande visione, competenza e passione ha contribuito alla crescita internazionale del teatro, e quello di Raffaella Murdolo, che porta avanti un lavoro artistico e organizzativo di grande qualità. Dietro ciò che il pubblico vede in scena esiste una macchina enorme, fatta di persone, professionalità, cura e rispetto per gli artisti.

E poi c’è Verdi. Cantare Verdi qui, nel cuore dell’Oman, e sentire quanto questa musica riesca a parlare a un pubblico di cultura e tradizione così diverse dalla nostra è forse la dimostrazione più bella dell’universalità dell’opera. La musica, quando è grande, non ha bisogno di passaporto.

 

Il Conte di Monterone è un personaggio che rimane in scena per pochi minuti, ma la sua ‘maledizione’ è il motore immobile di tutto il dramma. Come si concentra l’energia vocale e teatrale per graffiare il pubblico in un tempo così ridotto?

Monterone è uno di quei personaggi che dimostrano che in teatro non esistono piccoli ruoli, ma soltanto piccoli interpreti. Entra per pochi minuti, ma da quel momento la sua presenza attraversa l’intera opera. Pronuncia una maledizione e quella parola diventa quasi il destino di tutti.

Per questo non bisogna cercare di “fare tanto” in poco tempo. Al contrario: bisogna concentrare tutto. La voce, il corpo, lo sguardo, il colore della parola. Verdi ti dà pochissimo tempo, ma ti offre una scrittura di una densità teatrale incredibile.

Cerco di entrare in scena portando già con me tutto ciò che è accaduto prima: l’umiliazione di un padre, la rabbia, il dolore, l’impotenza davanti a un potere arrogante. Quando Monterone dice “Sii maledetto!”, non deve essere soltanto una frase forte vocalmente. Deve essere una sentenza. E da quel momento Rigoletto non sarà più lo stesso.

Monterone non è solo un nobile offeso, è prima di tutto un padre disperato che difende l’onore di sua figlia, proprio come farà poi Rigoletto. Come hai lavorato sulla psicologia di questo personaggio per far emergere la sua dignità ferita rispetto alla sfrontatezza del Duca?

È proprio questa la chiave con cui ho affrontato il personaggio. Monterone non entra a corte per difendere il proprio rango: entra soprattutto come padre.

La sua dignità nasce dal dolore. Sua figlia è stata oltraggiata e lui si trova davanti a uomini che non soltanto non comprendono la sua sofferenza, ma la trasformano in divertimento. È questo che rende la scena così violenta.

Qui trovo straordinario il parallelismo costruito da Verdi: Monterone e Rigoletto sembrano inizialmente appartenere a due mondi opposti, ma in realtà sono due padri. Rigoletto ride del dolore di Monterone senza sapere che, poco dopo, quello stesso dolore entrerà nella sua casa. La maledizione diventa quindi qualcosa di molto più profondo di un espediente teatrale: è quasi uno specchio che Monterone mette davanti a Rigoletto. La sua forza sta proprio nella dignità. Non è un uomo che implora: è un uomo ferito che accusa.

gezim Mishketa

La tua prima scena si consuma nello scontro verbale e psicologico con Rigoletto, che ti deride brutalmente prima che tu lo maledica. Com’è lavorare a stretto contatto con il protagonista per creare quella scintilla d’odio che dà inizio alla tragedia?

È una scena brevissima ma psicologicamente violentissima. Per funzionare deve esserci un ascolto reale fra gli interpreti. Non può essere costruita soltanto sulla voce.

Rigoletto deride Monterone proprio nel momento della sua massima sofferenza. E Monterone, invece di rispondere semplicemente all’insulto, individua il punto più profondo e vulnerabile dell’altro uomo: la coscienza. Da lì nasce la maledizione.

Lavorare con un grande collega significa poter costruire questo momento attraverso dettagli minimi: uno sguardo, una pausa, una distanza, il modo in cui una parola viene restituita. È lì che nasce quella tensione che il pubblico deve percepire quasi fisicamente.

Ed è meraviglioso farlo all’interno di una produzione che porta la firma di Franco Zeffirelli, dove la dimensione spettacolare non cancella mai la verità umana dei personaggi.

 

Sei un interprete verdiano stimatissimo, con un repertorio vasto.Dal punto di vista prettamente vocale, quali insidie e quali bellezze nasconde la scrittura del Conte di Monterone?

Dal punto di vista strettamente vocale, Monterone è estremamente interessante proprio perché Verdi chiede all’interprete di ottenere il massimo risultato drammatico in pochissimo spazio.

Non bisogna confondere la forza con il volume. La vera difficoltà è trovare il peso della parola. Gli accenti, il legato, le consonanti, il colore scuro, il rapporto fra parola e frase musicale: tutto deve concorrere alla costruzione dell’autorità del personaggio.

Per un baritono che ha attraversato tanti personaggi verdiani, Monterone è quasi un concentrato del teatro di Verdi. C’è il padre, l’uomo ferito, l’autorità, l’orgoglio, la parola che diventa azione. E soprattutto c’è quella capacità tipicamente verdiana di trasformare una frase musicale in un evento drammatico.

È un ruolo breve, certamente, ma non lo considero affatto marginale. Monterone mette in moto il destino di Rigoletto. Ed è proprio questa concentrazione estrema, vocale e teatrale, a renderlo così affascinante.

 

English

Alessandra Giorda(Alessandra Giorda) A solemn anniversary, an immortal masterpiece, and a stage that continues to stand as an extraordinary crossroads of cultures: the Royal Opera House Muscat marks the milestone of its first fifteen years and inaugurates the season with the historic production of Rigoletto by Franco Zeffirelli. Giving voice and presence to the cornerstone of Verdi’s drama — Count Monterone, whose curse is the true driving force of the opera’s tragedy — is Gëzim Myshketa.

A baritone of solid international standing, among the most acclaimed and sensitive voices on the contemporary operatic scene, Myshketa approaches this cameo role with the theatrical depth and nobility of tone that distinguish his artistry, transforming a handful of minutes into pure dramatic tension. His return to Muscat is also a testament to his esteem and affection for the leadership of Superintendent Umberto Fanni and for the artistic and organisational commitment of Raffaella Murdolo, the driving forces behind the theatre’s international growth and its ability to make opera a universal bridge. In this interview, the artist takes us to the heart of a character who, though brief, is decisive, and into the fascination of singing Verdi on the threshold of the East.

Gezim Mishketa oman

Gëzim, you are returning to the Royal Opera House Muscat to celebrate the theatre’s 15th anniversary with the extraordinary production of Rigoletto. What kind of atmosphere do you experience singing Verdi in such a spectacular theatre located in the heart of Oman?

Returning to the Royal Opera House Muscat for its fifteenth anniversary holds a special meaning for me. It is not simply about returning to a theatre; it is about reconnecting with a place to which I now have a very deep human and artistic connection.

Over the years, I have witnessed the tremendous work done in Oman to build a true dialogue between cultures through music. I believe this is one of the most remarkable aspects of the Royal Opera House’s vision: not only to host major international productions but to make culture a bridge between Oman and the world.

In this regard, I want to highlight the work of Umberto Fanni, who with great vision, expertise, and passion has contributed to the theatre’s international growth, and of Raffaella Murdolo, who continues to carry out high-quality artistic and organizational work. Behind what the audience sees on stage, there is a vast operation made up of people, professionalism, care, and respect for the artists.

And then there is Verdi. Singing Verdi here, in the heart of Oman, and feeling how this music manages to resonate with an audience with cultural and traditional backgrounds so different from ours is perhaps the most beautiful proof of opera’s universality. Great music needs no passport.

Count Monterone is a character who appears on stage for only a few minutes, but his ‘curse’ is the immovable engine driving the entire drama. How do you channel your vocal and theatrical energy to captivate the audience in such a brief time?

Monterone is one of those characters that prove there are no small roles in theatre, only small actors. He appears briefly, but from that moment, his presence permeates the whole opera. He utters a curse, and those words almost become the destiny of everyone.

For this reason, you shouldn’t try to “do too much” in a short time. On the contrary, everything must be concentrated: the voice, the body, the gaze, the color of the words. Verdi gives you very little time but offers an incredibly dense theatrical score.

I try to enter the stage already carrying everything that happened before: a father’s humiliation, anger, pain, and helplessness in the face of arrogant power. When Monterone says, “Be cursed!”, it must not only be a strong vocal phrase—it must be a sentence. From that moment on, Rigoletto will never be the same.

Monterone is not just an offended nobleman; he is above all a desperate father defending his daughter’s honor, just as Rigoletto will later do. How have you worked on the psychology of this character to bring out his wounded dignity compared to the Duke’s brazenness?

That is exactly the approach I took to the character. Monterone does not come to court to defend his rank—he comes primarily as a father.

His dignity is born from pain. His daughter has been outraged, and he faces men who not only fail to understand his suffering but turn it into amusement. This is what makes the scene so violent.

Here I find extraordinary the parallel Verdi creates: Monterone and Rigoletto initially seem to belong to opposite worlds, but in reality, they are both fathers. Rigoletto laughs at Monterone’s pain without knowing that soon, that same pain will enter his own home. The curse is therefore much more than a theatrical device; it is almost like a mirror Monterone holds up to Rigoletto. His strength lies precisely in his dignity. He isn’t a man who begs; he’s a wounded man who accuses.

gezim Mishketa

Your first scene unfolds in the verbal and psychological clash with Rigoletto, who brutally mocks you before you curse him. What is it like working closely with the protagonist to create that spark of hatred that sets the tragedy in motion?

It is a very brief but psychologically intense scene. For it to work, there must be a real connection and listening between the performers. It cannot depend on the voice alone.

Rigoletto mocks Monterone at the height of his suffering. Monterone, instead of simply responding to the insult, targets the other man’s deepest, most vulnerable point: his conscience. From there, the curse arises.

Working with a great colleague means being able to build this moment through subtle details: a glance, a pause, a distance, the way a word is delivered. This is where the tension that the audience must almost physically feel is born.

And it is wonderful to do this within a production directed by Franco Zeffirelli, where the spectacle never overshadows the human truth of the characters.

You are a highly respected Verdi interpreter with a broad repertoire. From a purely vocal perspective, what challenges and beauties does the role of Count Monterone offer?

From a strictly vocal standpoint, Monterone is extremely interesting because Verdi asks the performer to achieve the maximum dramatic effect in very little time.

Strength should not be confused with volume. The real challenge is to find the weight of the word. The accents, legato, consonants, dark color, and the relationship between the word and the musical phrase—all must contribute to creating the character’s authority.

For a baritone who has portrayed many Verdi roles, Monterone is almost a concentrated essence of Verdi’s theatre. There is the father, the wounded man, the authority, the pride, the word becoming action. Most importantly, there is Verdi’s unique ability to transform a musical phrase into a dramatic event.

It is certainly a brief role, but I do not consider it marginal at all. Monterone sets Rigoletto’s destiny in motion, and it is precisely this extreme vocal and theatrical concentration that makes the role so fascinating.

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