(Alessandra Giorda) Dal debutto come Donna Fiorilla al Lincoln Center con Teatro Nuovo, un viaggio tra Rossini, belcanto e libertà interpretativa. Il fascino del belcanto italiano approda al Lincoln Center di New York con “Il Turco in Italia” di Gioachino Rossini, presentato da Teatro Nuovo, la prestigiosa compagnia internazionale che ha fatto della riscoperta dell’autentica tradizione belcantistica la propria cifra distintiva. Protagonista nel ruolo di Donna Fiorilla è Kresley Figueroa. Dopo le importanti esperienze alla Washington National Opera e il debutto al Metropolitan Opera, affronta una delle eroine più brillanti, complesse e moderne del repertorio rossiniano. In questa intervista ci racconta il percorso di preparazione del ruolo, la sua visione del belcanto e il significato di portare questa produzione su uno dei palcoscenici più prestigiosi al mondo.
Donna Fiorilla segna il tuo debutto con Teatro Nuovo. Qual è stata la tua prima reazione quando ti è stato proposto questo ruolo?
Naturalmente sono stata felicissima di ricevere questa proposta e, allo stesso tempo, nel senso migliore del termine, anche un po’ intimorita. Era da tempo che un ruolo non mi richiedeva così tanto. Nessuno mi crede quando lo dico, ma non avevo mai cantato nemmeno una nota di Rossini prima d’ora. Era un linguaggio operistico completamente nuovo per me e una sfida che non solo desideravo affrontare, ma di cui sentivo davvero il bisogno per crescere come cantante.
Sebbene l’opera venga rappresentata raramente, ho avuto la fortuna di vederla anni fa quando studiavo alla Juilliard, con Hyesang Park nel ruolo di Fiorilla. Appena terminò la sua prima aria pensai immediatamente che un giorno avrei voluto interpretare quel personaggio. Per questo motivo vivere oggi questa esperienza rappresenta davvero un momento speciale, come un cerchio che finalmente si chiude.

Donna Fiorilla è uno dei personaggi femminili più affascinanti e complessi di Rossini. Cosa trova più coinvolgente in lei?
Fiorilla è diretta, impavida e sempre sincera. Non si nasconde dietro nulla: è esattamente ciò che è, senza vergogna. Non teme le conseguenze delle proprie azioni e, quando arrivano, le affronta semplicemente. Ha fiducia nella propria capacità di gestire qualsiasi situazione. Non è poi un cattivo modo di vivere.
Siamo abituati a vedere personaggi di questo tipo scritti per gli uomini, mentre è molto raro che una donna venga raccontata con la stessa libertà. Se osservata da una certa prospettiva potrebbe persino apparire poco simpatica, ma è proprio questa sua autentica imperfezione a renderla così interessante.
La trama è ricca di situazioni esilaranti: invita Selim, il suo amante turco, a prendere il caffè nel pomeriggio; quando il marito li sorprende insieme, invece di imbarazzarsi li presenta l’uno all’altro, riuscendo addirittura a ribaltare l’umiliazione sul marito. Più avanti arriva perfino a litigare con l’ex amante di Selim durante una festa e organizza un piano affinché lui sia costretto a scegliere tra le due. È una vera telenovela: probabilmente Rossini non immaginava di aver creato anche un personaggio latino estremamente convincente.
Qual è stata la maggiore sfida vocale e artistica?
La difficoltà maggiore è stata gestire le energie. Una volta entrata in scena, Fiorilla praticamente non esce più e canta musica estremamente complessa dall’inizio alla fine. Dopo quasi tre ore di spettacolo, l’opera si conclude con una lunga scena drammatica che richiede il massimo livello di precisione tecnica, espressività e bellezza vocale.
Abbiamo inoltre scelto una versione alternativa della cabaletta del secondo atto e aggiunto un finale insolito. Tradizionalmente i cantanti non concludevano con un acuto come oggi il pubblico si aspetta. Noi abbiamo trovato una soluzione storicamente fedele ma capace comunque di regalare quel finale brillante che gli spettatori amano.
Dal punto di vista artistico, invece, mi sento perfettamente a mio agio nel ruolo. Mi riconosco nella femminilità di Fiorilla, amo i grandi pezzi d’insieme più delle arie solistiche e adoro far ridere il pubblico. È davvero un personaggio che sento profondamente mio.

Come influisce il metodo storico di Teatro Nuovo sulla tua interpretazione?
In poche settimane posso dire con certezza che Teatro Nuovo mi ha resa una cantante migliore, un’artista migliore e una musicista molto più preparata. Non avevo mai lavorato con una compagnia tanto attenta alla crescita dei propri interpreti.
Pensavo già di conoscere bene lo stile del belcanto, ma ora sento di comprenderne davvero le tradizioni e le aspettative. Questo mi permette di fare scelte interpretative molto precise, improvvisare gli abbellimenti, dialogare con l’orchestra e affrontare il recitativo con maggiore naturalezza ed eleganza.
Paradossalmente, non è sembrato semplicemente il percorso di preparazione di un’opera, ma un’immersione nella storia dell’opera italiana e nell’evoluzione del canto.
Qualcuno pensa che rispettare la tradizione limiti la creatività, ma nel belcanto accade il contrario. Le tradizioni servono la voce, il testo e il racconto. Cantante e orchestra dialogano continuamente, quasi come musicisti jazz. Quando parlano la stessa lingua nasce la vera magia. Questa libertà creativa è uno dei doni più preziosi della mia carriera.
Come concilii il virtuosismo vocale con la verità emotiva?
Per me l’espressione emotiva è sempre stata al primo posto. Ho costruito la mia tecnica affinché le emozioni non compromettessero la qualità della voce.
Essendo un’interprete che vive completamente il personaggio, è sempre un equilibrio delicato. A volte rischio qualcosa in più, ma preferisco essere un’artista che osa.
Se ascoltiamo i grandi interpreti del belcanto del passato, ci accorgiamo che ornamentazioni e fraseggio sono sempre al servizio del testo. Dopo aver studiato centinaia di registrazioni ho sviluppato un senso naturale del fraseggio che valorizza le parole invece di oscurarle.
Le partiture erano pensate come una guida, non come regole rigide. L’intenzione dei compositori era favorire un dialogo continuo tra cantante e orchestra. Il mio obiettivo è rispettare la partitura dando però risalto a ciò che considero più importante in ogni momento, perché è questo che rende un’interpretazione davvero viva.

Quando hai capito di essere entrata in una nuova fase della carriera?
Il momento decisivo è stato il mio debutto ufficiale al Metropolitan Opera. L’anno precedente ero stata semifinalista del Concorso Laffont, quindi conoscevo già quel palcoscenico, ma questa volta è stato diverso.
È stato come vedere concretizzarsi tutto il percorso: il programma per giovani artisti della Washington National Opera, il ritorno come artista ospite protagonista e infine l’inizio della mia carriera da libera professionista al Metropolitan.
In questa professione nulla è garantito. Qualunque sia il capitolo che sto vivendo, il mio obiettivo rimane contribuire all’arte dell’opera con eccellenza tecnica e con una personalità artistica riconoscibile. Voglio cantare ovunque sia possibile ed essere sempre all’altezza del prezzo del biglietto.
Cosa significa portare il belcanto italiano al Lincoln Center?
Quest’opera mostra perfettamente cosa siano l’opera italiana, l’opera buffa e il belcanto. Offriamo al pubblico la migliore tradizione del belcanto. Sono entusiasta soprattutto per chi non ha mai vissuto una vera esperienza di belcanto o ne ha viste di poco convincenti. Spero che il nostro spettacolo faccia innamorare il pubblico di quest’opera. Ogni sera darò tutta me stessa e mi auguro che gli spettatori percepiscano tutta la passione e l’amore che ho dedicato alla mia Fiorilla.
In che modo le tue origini portoricane hanno influenzato il suo percorso?
Sono cresciuta in una casa dove la musica era presente continuamente, di ogni genere. Questo ha influenzato il mio modo di vivere e di relazionarmi con gli altri. Nella cultura latina le emozioni vengono espresse apertamente e questo modo diretto di sentire è entrato naturalmente anche nel mio canto. Anche il senso della comunità è fondamentale nella cultura portoricana e credo abbia influenzato profondamente il mio modo di lavorare con il cast e con l’orchestra. Scherzando, aggiungo che essere portoricana significa quasi essere obbligata a saper ballare. Per questo adoro insegnare qualche passo di salsa o bachata agli amici durante le feste.
Se potessi parlare oggi con Rossini, cosa gli chiederesti?
Vorrei sapere se, alla fine dell’opera, Fiorilla sia davvero pentita. Non voglio anticipare la nostra interpretazione, ma l’aria del secondo atto può essere letta in due modi: come un sincero pentimento oppure come un’altra astuta strategia per ottenere ciò che desidera. La risposta cambierebbe completamente il significato del personaggio e rivelerebbe anche le vere intenzioni di Rossini. Dal momento che “Il Turco in Italia” nacque come risposta al “Così fan tutte” di Mozart, gli chiederei anche quale messaggio desiderasse lasciare al pubblico attraverso Fiorilla.
Cosa speri che il pubblico porti con sé dopo aver visto “Il Turco in Italia”?
L’opera lirica è cambiata molto nel modo di essere eseguita e prodotta, e oggi la parola “tradizione” viene spesso associata erroneamente alla noia. Dopo aver vissuto questa esperienza, spero invece che il pubblico comprenda quanto una conoscenza autentica della tradizione possa rendere viva un’opera come questa. Spero che gli spettatori escano dal teatro pensando di aver trascorso una splendida serata. Vorrei che la musica e i personaggi li facessero ridere, ma anche emozionare profondamente. In mezzo alla comicità esistono momenti di grande bellezza e intensità. Se il pubblico tornerà a casa con un sorriso ma anche con qualcosa su cui riflettere, sentirò di aver raggiunto il mio obiettivo. Dopotutto, spesso le verità più importanti arrivano proprio attraverso una bella battuta.




