(K. Keller) Lo Speciale di TV2 Opera di giugno 2026, Talenti in Luce, è dedicato al basso campano che, in qualche modo, ha già lasciato un segno nella storia del canto lirico italiano. Leggendo questo ritratto capirete perché.
Iniziamo da oggi con domanda e risposta: Dopo i grandi successi internazionali, se potesse incontrare quel ragazzo che pregava e sognava davanti alla Madonna di Pompei, cosa gli direbbe?
«Gli direi: “Non cambiare mai. Custodisci quella purezza e quella fame, perché saranno la tua bussola. (…) Ma il traguardo più grande di cui vado fiero oggi è guardarmi allo specchio e vedere ancora lo stesso ragazzo che pregava a Pompei, con gli stessi occhi pieni di sogni”.»
Ora un flashback e il ritratto prende forma
Ci sono storie che parlano di talento. Altre che raccontano il sacrificio. Ci sono poi quelle rare vicende umane in cui talento, determinazione, fede e coraggio si intrecciano fino a diventare esempio. La storia del basso Antonio Di Matteo appartiene a questa categoria.
Nato a Castellammare di Stabia, alle porte di Napoli, Antonio proviene da una famiglia umile, lontana dal mondo della musica e del teatro. Nessuno, tra i suoi cari, aveva mai percorso le strade dell’arte. Eppure, proprio come accade nei racconti più belli, il destino aveva deciso di affidare a quel ragazzo una voce speciale, una voce capace di aprire porte che sembravano irraggiungibili.
I primi passi nel mondo della musica colta diventano presto un percorso di studio serio e rigoroso, culminato con il conseguimento del diploma con il massimo dei voti, lode e menzione d’onore presso il Conservatorio “Giuseppe Martucci” di Salerno. Tuttavia dietro i successi accademici si nascondeva un giovane che, come tanti ragazzi, viveva sospeso tra speranza e timore. Durante gli anni del Conservatorio, Antonio compiva spesso un pellegrinaggio silenzioso al Santuario della Madonna di Pompei. Là, tra la quiete della preghiera e il profumo dell’incenso, affidava i suoi sogni a qualcosa di più grande. Sognava un futuro nella lirica. Lo desiderava con tutto sé stesso. Eppure, come accade a chi possiede una profonda sensibilità, quel sogno era accompagnato da una domanda che spesso frena i giovani talenti: “E se fosse troppo grande per me?”
La risposta sarebbe arrivata con il tempo. Il talento cresceva, si affinava, prendeva forma. Fino al giorno in cui arrivò il primo grande traguardo: l’ingresso nel Coro del Teatro San Carlo di Napoli, il più antico teatro d’opera d’Europa ancora in attività.

Per quel ragazzo cresciuto a Boscoreale fu molto più di un’assunzione. Fu la prova concreta che i sogni possono diventare realtà. L’incredulità lasciò spazio alla gioia, la gioia alla soddisfazione. Era il momento in cui si poteva finalmente dire: “Ce l’ho fatta”. Ma la storia aveva in serbo qualcosa di ancora più grande. La sua voce di basso, sempre più autorevole e riconoscibile, cominciò ad attirare l’attenzione degli addetti ai lavori. Arrivò una prima importante proposta da parte di una prestigiosa agenzia artistica. Una possibilità che molti avrebbero considerato irripetibile.
Antonio, però, la rifiutò.Forse il peso della responsabilità. Forse la paura di osare troppo. Forse quel timore che accompagna chi comprende davvero il valore delle occasioni. Molti avrebbero pensato che quella porta, una volta chiusa, non si sarebbe più riaperta. E invece no. Perché quando il talento è autentico, il destino trova sempre il modo di tornare a bussare. Una seconda importante agenzia gli offrì una nuova opportunità. Questa volta Antonio scelse di fidarsi di sé stesso. Scelse di credere nei propri mezzi. Scelse di non avere più paura di sognare.
Cominciava così la carriera solistica. Da quel momento il percorso di Antonio Di Matteo è diventato patrimonio della cronaca musicale internazionale. I più importanti teatri italiani ed esteri iniziano a richiederlo. Lavora con direttori d’orchestra di fama mondiale, viene inserito accanto alle più grandi stelle dell’opera lirica e conquista progressivamente pubblico e critica.
Le recensioni si moltiplicano. Anche i critici più severi ne riconoscono le qualità. Alcune testate arrivano a definirlo “Il Principe della Lirica”. Un appellativo che non deriva soltanto dalla nobiltà della sua voce di basso autentico, ma anche da un’eleganza rara, da una presenza scenica raffinata e naturale. Un’eleganza che non è costruzione esteriore, bensì riflesso di un’essenza profonda.
Poi arriva Vienna. La Wiener Staatsoper. Uno dei templi assoluti dell’opera mondiale. È un momento che segna una svolta decisiva nella sua carriera. Forse, fermandosi davanti alla facciata di quel teatro leggendario, Antonio avrà ripensato ai giorni trascorsi al Conservatorio, alle visite al Santuario di Pompei, alle paure, alle speranze, ai sogni custoditi in silenzio.
Ora, però, non era più il tempo delle domande. Era il tempo della storia. Il ragazzo di Boscoreale stava per diventare il primo basso italiano a debuttare alla Wiener Staatsoper nel ruolo di Osmin, interpretando in lingua tedesca Die Entführung aus dem Serail di Mozart, nella patria stessa del Genio di Salisburgo. Una sfida enorme. Una responsabilità immensa. Un’impresa che avrebbe intimorito chiunque. Eppure, Antonio affronta quella prova con la forza di chi ha imparato a trasformare la paura in energia. Il risultato è un successo straordinario. Vienna lo accoglie e lo consacra.

La Wiener Staatsoper gli apre le sue porte. La critica esalta una combinazione rara: una voce autorevole, una presenza scenica magnetica e una versatilità interpretativa capace di affrontare anche le sfide più ardue del repertorio. Da quel momento i riconoscimenti si susseguono intensificandosi. Le istituzioni campane celebrano il suo percorso. Ambasciatori e rappresentanti diplomatici assistono alle sue recite nelle grandi capitali europee, da Vienna a Parigi. E la sua carriera continua a crescere, produzione dopo produzione, successo dopo successo.
Oggi il cerchio si chiude simbolicamente. Antonio Di Matteo torna al Teatro San Carlo di Napoli, il luogo dove uno dei suoi sogni aveva preso forma, interpretando il Principe di Bouillon nell’Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea in scena dal 14 al 20 giugno prossimi, accanto a un cast di artisti di assoluto prestigio. Un ritorno che ha il sapore del destino. Perché talvolta la vita ci riporta esattamente nel luogo in cui tutto è iniziato, non per ricordarci chi eravamo, ma per mostrarci quanto siamo diventati.
Naturalmente il successo autentico porta con sé anche l’altra faccia della medaglia. L’invidia di chi osserva da lontano. Le critiche di chi non comprende. Le maschere di chi sorride davanti e giudica alle spalle. Tuttavia tutto questo sembra sfiorare appena Antonio Di Matteo. Perché la sua forza non nasce dagli applausi. Nasce dalla consapevolezza. Nasce dai sacrifici. Nasce dall’onestà verso sé stesso. E forse è proprio qui il segreto del suo percorso. Prima ancora di essere Principe nei ruoli che interpreta o di essere definito tale dalla critica per la sua raffinata eleganza, Antonio Di Matteo è Principe nella sua essenza.
Una nobiltà che non si eredita e non si acquista. Si conquista. Con il lavoro. Con il rispetto. Con la dignità. Con il coraggio di credere ai propri sogni quando sembrano impossibili. Forse, tra tutti i riconoscimenti ricevuti, il più prezioso è proprio questo: essere uno di quei rari uomini che possono guardarsi allo specchio e apprezzare serenamente ciò che vedono. Perché il vero successo non è arrivare in cima. È riuscire a farlo senza smarrire sé stessi lungo il cammino.




