(Alessandra Giorda) Con il soprano astigiano approdiamo oltreoceano e sbarchiamo negli USA con il debutto, appena annunciato, al Met, oltre ad altre location prestigiose per poi partire alla volta dell’Australia. Tra questi viaggi si approda in quello interiore: al deux ex machina, ossia Erika, semplicemente Erika.
Perchè dietro ad ogni artista che lascia il segno e che trasmette valori ed emozioni, si cela l’essere umano quello vero che muove tutto e regala il proprio valore, quello assoluto che brilla sotto i riflettori dopo illuminare il privato nell’autenticità.
Notizia resa pubblica da una manciata di giorni è tra i debutti quello al Metropolitan di New York con la “tua” amata Mimì ne La bohème di Puccini. Adrenalina a mille: cosa ci racconti?
È un traguardo di enorme rilievo, non soltanto per il prestigio del teatro, ma per il valore simbolico che quest’opera e questo personaggio hanno nella mia carriera. Avverto una responsabilità profonda. Portare Mimì su un palcoscenico come quello del Met è qualcosa di davvero speciale. Siamo cresciute insieme, in un certo senso. Ritornare a questo personaggio pucciniano significa riscoprirlo alla luce di un’esperienza più ampia e di una voce oggi più matura.
Nel Trittico – al Kennedy Center di Washington DC e alla Carnegie Hall a New York- ti trovi a interpretare due mondi femminili completamente diversi, soprattutto passando da Suor Angelica a Il Tabarro. Che tipo di trasformazione interiore ti viene richiesta ogni sera?
Parto dal presupposto che si tratta di due debutti, quindi non so ancora esattamente che cosa proverò durante la rappresentazione. Posso dire quello che sento oggi. In questo momento sono in una fase di profonda interiorizzazione di questi personaggi: li sto studiando, affinando, facendo miei sempre di più. Sono due figure molto diverse e sicuramente non semplici da affrontare nella stessa serata.
Per quanto riguarda Suor Angelica, non mi sono ancora confrontata con le sensazioni del palcoscenico e del pubblico, ma quello che percepisco ora è il ritratto di una donna che vive un grande dolore, una rinuncia profondissima. È un personaggio che rimane a lungo in una dimensione interiore, raccolta, misurata. Ha bisogno di un suono concentrato, profondo, quasi trattenuto.
È come se tutto si muovesse in una dimensione più mistica, spirituale, sospesa, che poi si trasforma nel momento in cui scopre ciò che è accaduto al suo bambino. Anche allora, però, la sua reazione è intima: è un dialogo con se stessa, con la chiesetta, con i fiori che l’hanno accompagnata e che diventano quasi il simbolo della sua salvezza, del suo ricongiungimento con il figlio. Anche nella disperazione, Angelica resta un personaggio profondamente interiore, quasi sospeso rispetto alla realtà terrena.
Il Tabarro, invece, è tutto il contrario: è brutale, concreto, realistico. Le relazioni tra i personaggi sono fisiche, tese, attraversate da desiderio e frustrazione. Qui l’energia è più corporale, più terrena, più immediata. È un mondo fatto di tensioni reali, di conflitti palpabili.
La differenza è davvero notevole. Forse ad aiutarmi sarà proprio l’ordine di esecuzione nella serata: passare prima attraverso l’universo spirituale di Suor Angelica e poi entrare nella dimensione cruda e passionale de Il Tabarro potrebbe creare un equilibrio interessante, anche per me.
Suor Angelica è una madre privata del proprio figlio. Tu sei mamma di due bambini. In che modo la tua maternità ha cambiato il tuo modo di sentire questo personaggio?
Suor Angelica è una madre privata del proprio figlio e io sono mamma di due bambini. È un personaggio che affronto per la prima volta, quindi non posso parlare di un cambiamento nel tempo. La differenza, semmai, è che lo incontro già da madre.
Essere mamma mi fa comprendere profondamente che cosa significhi il dolore della separazione. È un dolore enorme, potentissimo. La maternità cambia la percezione del senso di protezione ed è legata a un amore indissolubile, assoluto, verso il proprio figlio.
E’ importante inserire in questo personaggio non solo l’aspetto della vulnerabilità, che inevitabilmente la maternità porta con sé, ma anche quello della forza. Quando una donna diventa madre nasce in lei una forza nuova, che deriva proprio da quell’amore totale.
È così che Suor Angelica vive il suo sentimento: un amore immenso che è anche sofferenza. L’aspetto più bello, e forse più necessario da trasmettere, è che ogni sua azione nasce dall’amore. Che sia condivisibile o meno è un altro discorso, ma tutto ciò che fa lo fa in virtù di quel legame.
Se ci si concentra soltanto sul dolore, si rischia di rimanerne sopraffatti e di non riuscire nemmeno a interpretare bene il personaggio. Bisogna invece vivere Angelica nella sua interezza, mettendo al centro questo grande senso d’amore. Solo così si riesce a rendere anche la sofferenza in modo autentico.
Accade in molte eroine pucciniane, penso anche a Butterfly: spostare l’attenzione sul sentimento luminoso permette di trasmettere con maggiore verità anche quello tragico.
La tua carriera ti porta continuamente lontano da casa: Europa, Stati Uniti e Australia. Come si costruisce un equilibrio reale tra una vita artistica così itinerante e una famiglia con due bambini?
Equilibrio è una parola grande, ma in realtà non è semplice riuscire a incastrare tutto. Serve pazienza, lucidità, capacità di accettare i periodi più impegnativi, quelli in cui si è lontani più a lungo.
Per fortuna questi momenti si alternano a periodi di lavoro in luoghi più vicini, che rendono più facile stare con la famiglia e recuperare tempo insieme. È una questione di organizzazione e di consapevolezza.
È difficile, sì, ma non impossibile. Come sempre, richiede grande impegno e una buona dose di determinazione.
Cio-Cio-San, alla Auckland Philharmonia, è un’altra madre, ma è anche una donna che vive di attesa, di fiducia, di speranza. Oggi, da donna e da madre, che tipo di verità senti di poter raccontare attraverso Butterfly?
Cio-Cio-San è un’altra madre. È un ruolo che ho già affrontato da mamma, e questo inevitabilmente cambia lo sguardo. La vedo come un’eroina, una madre profondamente positiva, nonostante la tragicità della sua storia. In lei c’è una grande luce. Da madre, quello che percepisco è che, dove c’è amore, c’è sempre anche un’enorme fiducia: la volontà di credere, di sperare che qualcosa di bello accadrà, di amare senza limiti.
Non è una scelta razionale, è quasi uno stato d’animo naturale delle madri. Certo, comporta un rischio enorme, perché ci si espone completamente dal punto di vista emotivo. Ma è anche l’esperienza più intensa e più vera che si possa vivere.
Cio-Cio-San vive nell’attesa, nella fiducia, nella speranza che la promessa si realizzi. Eppure, dentro di sé, in qualche modo sa che la realtà può presentarsi all’improvviso, e potrebbe non essere quella che desidera.
Credo che la chiave del personaggio stia proprio in questo equilibrio: da un lato una giovane madre sognatrice, fiduciosa, luminosa; dall’altro una lucidità dolorosa che emerge quando la verità le si pone davanti in tutta la sua durezza.
Ti senti mai divisa tra la donna, la madre e il soprano, oppure oggi queste identità riescono finalmente a dialogare tra loro?
No, non mi sento mai divisa, perché sono sempre io. È vero che gli eventi della vita cambiano il ruolo di una persona, ma è un cambiamento naturale, che fa parte del cammino.
Non mi sento frammentata, anzi. Sono io, semplicemente. Magari sono tre cose insieme, a volte anche dieci, perché mi capita di fare mille cose contemporaneamente. Ma proprio per questo sono io.
Non mi definisco in un modo o in un altro e non divento diversa quando affronto il ruolo di mamma o quello di cantante. Sono sempre la stessa persona. Non mi piace pensare di dover cambiare a seconda delle situazioni: sarebbe andare contro la mia natura.
Dopo una stagione così intensa e simbolicamente così ricca di figure femminili – madri, mogli, donne innamorate, donne ferite – senti che qualcosa sta cambiando anche nella tua identità artistica?
Sì, sento che qualcosa sta cambiando, ma in senso positivo. Sono esperienze interpretative che si aggiungono a quelle precedenti, magari più lineari o più semplici. Si tratta di un bagaglio di conoscenze in più che porta a maturare e a riflettere. Sono contenta che questi ruoli siano arrivati proprio adesso nel mio percorso. È bello aver accumulato esperienze di vita e di lavoro che permettono di comprendere più a fondo personaggi così complessi.
Naturalmente non è necessario aver vissuto le stesse esperienze dei personaggi per capirli. Anzi, non auguro a nessuno di vivere certe sofferenze. Però l’esperienza di vita, anche senza coincidere con la loro, aiuta a sviluppare una sensibilità diversa nell’affrontare e comprendere determinati stati d’animo.
Credo quindi che questi ruoli siano arrivati nel momento giusto: io li comprendo meglio e, al contempo, loro mi offrono una grande crescita interpretativa.
Che tipo di emozione vorresti che il pubblico portasse con sé dopo averti ascoltata in questa stagione così speciale della tua vita?
Non lo so, ma per me è fondamentale avere un rapporto autentico di condivisione con il pubblico. Quando sono sul palcoscenico mi piace pensare che sto parlando davvero con tutte le persone venute ad ascoltarmi. Questa idea mi riempie l’animo e mi dà una grande soddisfazione.
Se qualcuno si emoziona per qualcosa che faccio o che dico, per il modo in cui lo faccio, significa che sono riuscita a trasmettere un messaggio. Ed è questo il punto: vivere pienamente, nel mio caso, le eroine che interpreto, per poter comunicare qualcosa di vero. Non è mai un gesto fine a se stesso.
È un lavoro profondo, impegnativo. E quando vedo nel pubblico una reazione, un sorriso, una lacrima, o quando qualcuno mi dice di ricordare una produzione anche a distanza di anni, per me è la gioia più grande. Spero sempre che chi mi ascolta possa portare con sé un piccolo frammento di ciò che ho fatto, custodirlo dentro di sé e ricordarlo con piacere.
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