(Alessandra Giorda) Il soprano Erika Grimaldi è una voce di forte caratura internazionale, capace di coniugare solidità tecnica, temperamento scenico e una naturale eleganza interpretativa. Artista in costante ascesa, si prepara a un 2026 di respiro globale, che la vedrà protagonista su tre continenti, confermando una traiettoria artistica sempre più proiettata verso i grandi palcoscenici del panorama lirico mondiale. In questa parte dello Speciale ” Talenti in Luce” percorriamo con Lei qualche tappa in Europa a seguire, quelle oltreoceano e poi Erika che interpreta le “opera d’arte” della Fashion Stylist Eleonora Lastrucci.
Erika, la stagione che ti aspetta è davvero impressionante: dopo Mimì ad Asti, Abigaille a Bonn, Desdemona a Gran Canaria, il Trittico tra Washington e New York, Madama Butterfly in Australia. Quale sensazione ti dà guardare oggi questa mappa del tuo lavoro, che attraversa letteralmente tre continenti?
Le sensazioni sono tante: grande emozione, grande felicità, grande soddisfazione. Sento soprattutto un’enorme gratitudine, perché se ci penso ogni città, ogni teatro, ogni produzione mi offre la possibilità di raccontare una storia diversa, di dare voce a un’opera diversa. È come se tutte queste opere facessero parte di un unico viaggio che mi accompagna attraverso le città e i continenti che ho la fortuna di visitare.
Ho sempre riflettuto su questo aspetto: a volte ci troviamo in parti del mondo molto lontane, anche culturalmente diverse dalla nostra città d’origine, eppure mi sono sempre sentita parte di una grande comunità artistica che, dal punto di vista musicale, non conosce confini. È qualcosa di straordinario.
Accanto alla gratitudine, però, c’è anche un forte senso di responsabilità nell’affrontare e nel restituire questi ruoli. Le donne che interpreterò nella prossima stagione sono molto diverse tra loro, vocalmente e umanamente. Devo passare dalla fragilità intima di Mimì alla furia tragica di Abigaille, attraversando mondi emotivi talvolta opposti.
Mi affascina anche osservare come uno stesso ruolo venga percepito in modo diverso a seconda del contesto culturale in cui lo interpreto. Ogni pubblico coglie sfumature particolari del personaggio, e questo rende ogni esperienza unica. È un aspetto che mi ha sempre profondamente colpita.
Dopo il recente e grande successo per la “tua” Mimì ( La bohème- Giacomo Puccini) al Teatro Alfieri di Asti c’è qualcosa della tua vita reale che oggi ti aiuta a comprendere meglio la sua dolcezza e la sua vulnerabilità?
Credo di sì. Con il passare degli anni e con l’esperienza di vita cambia anche il modo di guardare ai personaggi, perché si matura e si attraversano momenti che mettono in luce aspetti diversi della propria sensibilità. I sentimenti che prova Mimì, il suo stato di incertezza, la sua fragilità, l’attesa, quella sensazione di non avere tutto sotto controllo sono emozioni che, prima o poi, tutti noi sperimentiamo. Ed è proprio attraverso queste esperienze che ho imparato a comprendere più a fondo la sua fragilità.
C’è poi un aspetto che non riguarda tanto la quotidianità quanto il tempo che passa. Crescendo, ho sviluppato una sensibilità diversa nei confronti della fragilità altrui. Più si va avanti e più si diventa attenti ai piccoli gesti, ai segnali sottili, a quelle richieste silenziose di attenzione che a volte non vengono espresse a parole.
Questo mi porta a sottolineare e a comprendere meglio certi tratti di Mimì. Ed è una sensazione bellissima: più passa il tempo, più riesco ad andare in profondità in questo personaggio.
Per caso Mimì è la tua preferita?
Mimì è la mia preferita, quindi ogni volta mi suscita emozioni profondissime. Tornare a questo personaggio è sempre una grande gioia. È un ruolo che, secondo me, racchiude tutto. È emozionante sotto ogni punto di vista, ma soprattutto per la sua semplicità. Mimì è una donna fragile, sì, ma anche forte. All’inizio può sembrare timida, quasi in disparte. È una ragazza semplice, che ama le piccole cose, che non sogna grandi imprese né desidera dominare il mondo. Come dice lei stessa, ama i fiori, i piccoli gesti, la quotidianità.
La malattia la rende fragile, ma dentro di sé ha un’energia e una forza affettiva straordinarie. Ama Rodolfo con totalità, senza riserve, e questo è qualcosa di incredibile. La sua fragilità non va mai confusa con debolezza, perché Mimì non è una donna debole. È una donna completa.
Quello che mi affascina è cercare di far emergere tutte queste sfumature. Non è semplice, ma sento il bisogno di farlo per riuscire a trasmettere proprio quella semplicità che la caratterizza. Ed è forse la cosa più difficile: rendere la semplicità vera, autentica. Perché può sembrare che non si debba fare molto, ma ogni gesto, ogni parola, ogni suono devono avere un significato preciso.
Altro successo a Bonn con Abigaille e da Mimì alla protagonista del Nabucco di Giuseppe Verdi. Come vivi questo passaggio così radicale, da una femminilità delicata a una figura dominata dalla furia e dal potere?
Sicuramente Mimì e Abigaille sembrano l’opposto l’una dell’altra. Mimì è purezza, dolcezza, semplicità. Abigaille invece è una furia travolgente, con una scrittura vocale che mette l’interprete completamente a nudo, senza alcuna pietà.
Passare da La Bohème ad Abigaille è come trovarsi nel mezzo di un uragano. È un cambiamento enorme. Abigaille è un ruolo che sfida vocalmente l’artista, quasi una prova fisica, atletica: richiede grande resistenza, controllo, lucidità per arrivare fino alla fine. È un ruolo che non perdona.
Abigaille è anche un personaggio profondamente ferito: quanto lavori sulla sua fragilità interiore oltre che sulla potenza vocale?
Anche musicalmente e tecnicamente è molto diverso da Mimì, dove la linea di canto chiede arcate ampie, dolcezza, naturalezza. Sono due mondi lontanissimi. Eppure, se vogliamo trovare un punto in comune, credo che entrambe siano legate dalla sofferenza. Anche Abigaille è una donna ferita. La sua ferocia, la sua sete di potere non nascono da una cattiveria gratuita, ma da un senso profondo di esclusione. È un dolore che ha trovato un linguaggio diverso per esprimersi. Non è il dolore arrendevole e fragile di Mimì, ma un dolore che esplode, che si trasforma in forza, in rabbia e in lotta.
In un’opera così drammatica, come riesci a proteggere la tua emotività personale affrontando una tragedia così intensa, sera dopo sera?
Con il tempo ho imparato a gestire meglio questo aspetto. All’inizio non è facile, perché ci si immerge completamente nei personaggi, che coinvolgono al cento per cento. Però bisogna fare attenzione, non solo dal punto di vista emotivo ma anche vocale. Quando si interpretano situazioni estreme e si decide di dare tutto vocalmente, si rischia di non farsi bene.
Pensare a come rendere tecnicamente un personaggio diventa una sorta di salvagente. Quando la scrittura si fa più difficile e impegnativa, proprio nel momento in cui mi sento più coinvolta, cerco di mantenere lucidità e di riflettere su come affrontare quel passaggio senza lasciarmi travolgere completamente. Altrimenti si rischia di non avere più controllo su ciò che si sta facendo e di compromettere anche la tecnica.
Paradossalmente, più la musica diventa intensa, forte, drammatica, più la disciplina mi aiuta a rimanere centrata. Cerco di non “portare a casa” i miei personaggi. Certo, non si può spegnere l’emotività da un momento all’altro, come se finito lo spettacolo si potesse semplicemente voltare pagina. Una parte del personaggio rimane dentro, per tutta la produzione e anche oltre.
Ma se si riesce a canalizzare nel modo giusto quell’energia emotiva, allora i personaggi possono attraversare la nostra sfera più intima con la consapevolezza che, a un certo punto, quell’energia deve sciogliersi e lasciarci quando il sipario si chiude.
Credo che questo sia fondamentale: solo così si possono affrontare ruoli così intensi con piacere e con lucidità.
Lo Speciale «Talenti in Luce» dedicato a Erika Grimaldi continua: clicca sui link qui sotto per scoprire tutti gli approfondimenti.
ERIKA, SEMPLICEMENTE ERIKA: IL DEUS EX MACHINA APPRODA OLTREOCEANO –
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