I pruritani

Alessandra Giorda(Alessandra Giorda) I Puritani è considerato l’ultimo grande capolavoro di Vincenzo Bellini ed è anche la sua ultima opera completa. Debuttò al Théâtre-Italien nel 1835, pochi mesi prima della morte del compositore, avvenuta a soli 33 anni. Bellini era già celebratissimo in Europa, ma con I puritani raggiunse una maturità straordinaria: la linea melodica si fa ancora più ampia, malinconica e “infinita”, come amavano dire i contemporanei. L’opera unisce il virtuosismo del belcanto, una forte tensione romantica e una scrittura vocale estremamente raffinata.

Pierre-Emmanuel Rousseau firma regia, scene e costumi per il nuovo allestimento dell’opera del compositore catanese in scena al Teatro Regio di Torino. Scene e costumi risultano di grande impatto visivo, eleganti e curatissimi nei dettagli, capaci di restituire atmosfere sospese tra romanticismo e inquietudine. Qualche perplessità emerge  invece sul versante registico, dove il talentuoso Rousseau propone una lettura molto personale che talvolta si discosta dalla drammaturgia belliniana, privilegiando  una dimensione simbolica rispetto alla coerenza narrativa. Scava in profondità nella psicologica dell’opera, trasformando la follia di Elvira nel centro emotivo della vicenda. Fin dall’apertura, la protagonista appare segnata dal trauma infantile della morte della madre, elemento che il regista utilizza per spiegare la sua fragilità mentale e il successivo crollo emotivo legato all’abbandono di Arturo. Il finale viene reinterpretato in chiave tragica: Rousseau rinuncia al tradizionale lieto fine, conducendo i protagonisti verso un epilogo di morte e disperazione che trasforma l’opera in un dramma sull’impossibilità della felicità e sulla solitudine interiore.

Di gusto aristocratico ed elegantemente concepito, l’allestimento si sviluppa in uno spazio dominato da boiserie lignee e tappezzerie dai motivi vegetali, trasformato con fluidità attraverso il movimento di sipari e pannelli scenici. L’ambiente, ampio e costantemente immerso in una soffusa penombra, viene valorizzato dalle accurate luci di Gilles Gentner, giocate su sfumature fredde e livide. Completano la scena porte vetrate, un elegante patio, lampadari di cristallo e una doppia scalinata centrale tutti elementi che contribuiscono a creare un ambiente carico di tensione psicologica.

Il M°Francesco Lanzillotta si conferma una bacchetta prestigiosa e offre una direzione ben calibrata, attenta agli equilibri sonori e alla valorizzazione del canto. Il direttore accompagna con sensibilità le voci senza mai coprirle, mantenendo viva la tensione teatrale e restituendo tutta la raffinatezza della scrittura belliniana. Ottima la prova della sempre preparatissima Orchestra del Teatro Regio e del Coro del Teatro Regio, sapientemente preparato da Gea Garatti Ansini.

Il cast si presenta omogeneo. John Osborn, tenore, è il vero matador della serata e lo dimostra sin dalla celebre aria d’ingresso “A te, o cara”, affrontata con sicurezza tecnica, eleganza stilistica e un fraseggio raffinato. Il tenore americano domina la scrittura impervia di Arturo con naturalezza impressionante, sfoggiando acuti luminosi, agilità precise e una linea di canto sempre nobile e musicale. La sua interpretazione conquista il pubblico per intensità e autorevolezza.

Il ruolo di Elvira, tra i più complessi e affascinanti del repertorio sopranile belcantistico, trova in Gilda Fiume un’interprete intensa e musicalmente partecipe. Il soprano offre una recita assai interessante, mettendo in luce sensibilità interpretativa e un buon controllo delle difficoltà vocali del ruolo. Convincente soprattutto nei momenti più lirici e intimisti, riesce a restituire con efficacia la fragilità emotiva della protagonista.

Simone De Savio porta in scena Riccardo e ha svolto un’ottima recita, distinguendosi per autorevolezza scenica, solidità vocale e attenzione al fraseggio. Il baritono ha restituito con efficacia il tormento interiore del personaggio, dando rilievo tanto agli slanci più impetuosi quanto ai momenti di maggiore introspezione. La voce, ben proiettata e omogenea, si è imposta con naturalezza soprattutto nelle pagine più drammatiche.

Nicola Uliveri, basso porta in scena Giorgio e, anche se non ha lo smalto di sempre, svolge una buona recita.

Copiosi gli applausi del folto pubblico.

Recensione della Premiére del 6 maggio 2026