(Alessandra Giorda) “Una sfida che ha superato ogni aspettativa! Un successo emblematico per la prima internazionale di Tamerlano a Dubai, organizzata dall’Uzbekistan Art and Culture Development Foundation. Questo traguardo assume un valore e un significato altissimo per tutti noi……… Il risultato è commovente, e conferma il valore e l’importanza della cultura e dell’arte oggi più che mai in un mondo in rapida evoluzione. Sempre alla ricerca di nuovi linguaggi, nuovi orizzonti, nuovi pubblici. Grazie di cuore a tutti per questo sogno che si è avverato. Proprio a Dubai, simbolo del nuovo mondo fondato sull’amore per il progresso, sorge Tamerlano, che ha reso l’Uzbekistan un centro di splendore intellettuale e artistico, cuore pulsante della millenaria Via della Seta. Un ponte tra antico e moderno, verso un futuro di crescita costante”.
Queste le parole della dirigenza della Dubai Opera dove, il 10 e 11 gennaio scorsi, la messa in scena del Tamerlano di Georg Friedrich Händel ha segnato un successo epocale, grazie a una visione creativa e prestigiosa firmata da un “genio” riconosciuto in tutto il mondo: Stefano Poda.
Per l’occasione, TV2 Opera inaugura la rubrica Talenti in Luce, dedicando uno speciale a Stefano Poda che, dopo l’ennesimo successo collezionato da Oriente a Occidente, approda negli Emirati Arabi Uniti e trionfa al teatro lirico di Dubai. A seguire, l’intervista e una mia riflessione sull’artista.
Dopo il tuo debutto con l’opera Tamerlano alla Dubai Opera, quale immagine e/o emozione di questa produzione rimarrà indelebile nella tua mente?
Ricorderò sempre l’impressione del cosmopolitismo: un’opera italiana scritta da un tedesco trasferito in Inghilterra, realizzata in Uzbekistan (la patria di Tamerlano) ma da un team italiano: protagonisti cantanti da tutto il mondo, compositore russo, più di 200 artisti/tecnici portati da fuori, il pubblico in sala appartenente alle origini le più diverse possibile, in una città composta per lo più da stranieri provenienti da tutto il pianeta… incredibile quanto l’arte e la cultura riescano a sorpassare ogni confine e ogni barriera del mondo! Soprattutto l’idea di un’opera scritta su Tamerlano esattamente 300 anni, da Samarcanda cuore pulsante della via della seta a Dubai, simbolo della città del domani. Un ponte tra mondo antico e mondo del futuro.

Tamerlano è un’opera in cui il potere si manifesta soprattutto come fragilità interiore. È stato questo il centro della tua lettura registica?
La mia lettura si è incentrata sulla visione dell’universo grandioso e contraddittorio di Tamerlano, in cui la fragilità si mostrava come contrasto nei momenti più lirici, quali l’aria di Asteria, oppure la morte di Bajazete, in cui Tamerlano – privato alla fine del suo rivale – quasi capisce quanto la vita umana valga nulla!
La tua è una visione teatrale totale, in cui regia, spazio, luce e costume parlano un unico linguaggio. Qual è stato l’elemento visivo che ha guidato la narrazione di questo spettacolo?
Ho impostato una messa in scena moderna, ma antica, molto tecnologica dal punto di vista dei LED e delle macchine sceniche, ma al contempo molto semplice: l’unione fra arte e tecnologia che produce stupore e senso di appartenenza a qualcosa di più grande.

Händel impone un tempo teatrale dilatato, quasi meditativo. Come hai lavorato per mantenere viva la tensione drammatica senza tradire la partitura?
Non dimentichiamo che la partitura è stata rivista dal talentoso compositore Kirill Richter: a lui ho chiesto il compito di riscrivere e condensare le varie parti dell’opera, creando ritmo e scegliendo invece i momenti più distesi… il risultato è stato una sorprendente fusione fra nuovo e antico, con una tensione costante fra le varie parti. Importantissima la fusione tecnica. Infatti accanto al gruppo di strumenti barocchi, all’orchestra grande, c’erano anche strumenti tecnici originali e un coro etnico.
Mettere in scena Tamerlano a Dubai significa confrontarsi con un pubblico internazionale e culturalmente stratificato. Che tipo di dialogo hai creato in questo contesto?
Il dialogo era già inscritto nella partitura di Händel: noi lo abbiamo reso visibile inserendo elementi folklorici uzbeki, pensati come le melodie che Tamerlano avrebbe potuto ascoltare nei suoi momenti di meditazione. Ne nasce un incontro tra tradizione popolare e raffinatezza barocca, fondato sul dialogo culturale. L’ispirazione decisiva è arrivata dal mio viaggio a Samarcanda e sui luoghi di Tamerlano, che per l’Uzbekistan è un fondatore e simbolo nazionale che mi ha spinto a rendere questa storia universale e paradigmatica.

Il contrasto fra Tamerlano e Bajazete è, in fondo, il vero motore dell’opera: quando questa opposizione viene meno, la macchina drammaturgica sembra arrestarsi, fino a trovare una sintesi che si chiarisce soltanto nel finale. Tamerlano non è né buono né cattivo: è simile ai grandi personaggi della storia – come Napoleone o Giulio Cesare – che, accecati da una visione del futuro, fanno di tutto per conquistarlo.
Händel seguiva la moda del suo tempo e la sua non era un’intenzione storica o storicizzante. Ho invece cercato di restituire a Tamerlano un valore simbolico: quello del grande condottiero, inserendolo in un universo florido di crescita intellettuale e culturale, lo stesso che in seguito avrebbe contribuito a generare, quasi come un “Re Sole”. Allo stesso tempo, ho voluto sollecitare una riflessione sul peso storico della sua figura in relazione alla nascita di un mondo nuovo.

L’adattamento musicale di Kirill Richter sovrappone strumenti tradizionali uzbeki all’orchestrazione barocca di Händel. Come ha reagito visivamente a questi nuovi colori sonori: i tamburi doira, gli ottoni karnay e surnay? Il loro ascolto ha influenzato la sua concezione scenica?

Questa produzione è stata promossa dalla Fondazione per lo Sviluppo dell’Arte e della Cultura dell’Uzbekistan. Come ti è venuto in mente il progetto e cosa ti ha convinto ad accettarlo?
Stefano Poda – Ph.Federico de Bartolo
