(Alessandra Giorda) C’è un motivo se alcune opere continuano a tornare sulle scene con una forza quasi inquietante. Non parlano solo del loro tempo. È il caso di Macbeth, che Giuseppe Verdi trasse dalla tragedia di William Shakespeare trasformandola in uno dei drammi musicali più cupi e psicologicamente complessi e affascinanti del repertorio.
Al Teatro Regio di Torino, l’opera si è rivelata prima di tutto un confronto con la coscienza umana con un grande successo per tutte le recite e pubblico internazionale.
Sul podio, la direzione di Riccardo Muti restituisce con grande rigore la tensione drammatica della partitura. La sua lettura mette in luce la modernità della scrittura di Giuseppe Verdi, dove orchestra e voce non si limitano ad accompagnarsi, ma costruiscono insieme il paesaggio emotivo dell’opera: un universo sonoro in cui presagi, inquietudine e tragedia sembrano emergere già dalle prime battute.
Si confermano sempre vincenti l’Orchestra del Teatro Regio e il Coro quest’ultimo istruito dal M° Piero Monti
In questo equilibrio tra visione scenica e profondità musicale, Macbeth continua a rivelarsi non solo un grande capolavoro del teatro musicale, ma anche una riflessione sempre attuale sul rapporto tra potere, coscienza e responsabilità.
Di grande effetto il nuovo allestimento del Teatro Regio di Torino in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo. La regia di Chiara Muti sceglie una lettura essenziale, concentrata soprattutto sulle dinamiche psicologiche dei personaggi. Più che sull’apparato spettacolare, lo sguardo registico sembra soffermarsi sull’oscurità interiore che attraversa la vicenda: il potere non appare mai come trionfo, ma come un progressivo isolamento dei protagonisti, sempre più prigionieri delle proprie scelte. Scava nella psicologia del personaggi muovendosi lungo una linea di lettura fortemente introspettiva, quasi freudiana. Più che sul dato storico o spettacolare, la sua interpretazione si concentra sulla dimensione psicologica dei personaggi, trasformando la vicenda in un vero e proprio viaggio nell’inconscio. Non è un caso che il dramma di William Shakespeare sia stato oggetto di numerosi studi psicoanalitici fin dall’inizio del Novecento: in Macbeth l’ambizione, il senso di colpa e l’ossessione si manifestano come forze interiori che progressivamente divorano i protagonisti e Chiara Muti lo ha sottolineato molto bene. Sigmund Freud considerava i grandi drammi di Shakespeare straordinari laboratori dell’animo umano, dove desiderio, colpa e rimozione emergono con una chiarezza quasi clinica.
Il tutto il linea con le scene di Alessandro Camera, i costumi di Ursula Patzak e luci di Vincent Longuemare
In questa prospettiva, Macbeth e Lady Macbeth non appaiono soltanto come figure tragiche del potere, ma come due coscienze lacerate, incapaci di sottrarsi alla spirale delle proprie pulsioni. La scena diventa così lo spazio dove l’inconscio prende forma, e dove la tragedia si consuma prima ancora che nei fatti, nella mente dei personaggi.
Nel ruolo del protagonista Luca Micheletti offre un Macbeth intenso e inquieto, più tormentato che tirannico. La sua interpretazione restituisce un uomo progressivamente divorato dall’ambizione e dalla paura, in un equilibrio costante tra fragilità e violenza. Impossibile non sottolineare la forte intensità teatrale. Eccellente baritono, dal timbro scuro e compatto, restituisce con efficacia il progressivo smarrimento del personaggio: dalla tensione iniziale dell’ambizione fino alla disgregazione interiore che segna la parte finale dell’opera. Micheletti privilegia una linea di canto scolpita e incisiva, capace di coniugare parola e musica con una particolare attenzione alla dimensione drammatica del ruolo.
Accanto a lui, la Lady Macbeth di Lidia Fridman domina la scena con una presenza magnetica. Non è soltanto la figura manipolatrice che spesso la tradizione consegna al pubblico, ma una donna che sembra incarnare la forza oscura del desiderio di potere. La Fridman si impone per energia scenica e precisione vocale. Il soprano affronta una delle parti più impervie del repertorio verdiano con notevole sicurezza, sostenendo con autorevolezza una scrittura che alterna accenti taglienti, slanci drammatici e momenti di inquietante sospensione. La sua interpretazione mette in luce una Lady non soltanto manipolatrice, ma quasi ossessionata dal potere che ha contribuito a conquistare.
La scrittura verdiana costruisce così una delle coppie più disturbanti dell’opera: due esseri umani che, pur avendo ottenuto ciò che desideravano, finiscono per vivere prigionieri della propria coscienza. E’ forse proprio qui che Macbeth continua a parlarci con sorprendente attualità. Perché il vero tema dell’opera non è il potere, ma l’ambizione quando supera il limite morale.
Accanto ai ruoli principali, il Banco di Maharram Huseynov si distingue per autorevolezza vocale e presenza scenica. Il basso conferisce al personaggio una nobiltà sonora ben aderente alla scrittura verdiana: il timbro ampio e scuro restituisce con efficacia la dimensione quasi profetica di Banco, figura che nell’economia drammatica dell’opera rappresenta la coscienza morale che Macbeth non riesce più ad ascoltare.
Particolarmente apprezzato anche il Macduff di Giovanni Sala, che nel celebre momento di “Ah, la paterna mano” offre una prova di grande eleganza vocale. Il tenore si distingue per la chiarezza dell’emissione e per una linea di canto luminosa, capace di restituire con sensibilità il dolore e la dignità del personaggio.
Del cast fanno parte anche Riccardo Rados, Malcolm, la Dama di Lady Macbeth di Chiara Polese e il Medico di Luca Dall’Amico, un trio da plausi che si è perfettamente amalgamato con il resto del cast che lo completa con Eduardo Martínez -Un domestico di Macbeth-, Tyler Zimmerman -Il sicario-, Daniel Umbellino -L’araldo- Mattia Comandone e Lorenzo Battagion, nei panni di Prima apparizione.
In quest’opera Verdi non racconta soltanto un regicidio. Racconta il momento in cui l’uomo smette di ascoltare la propria coscienza. Il risultato non è la grandezza, ma la solitudine. Non la sicurezza, ma la paura. È per questo che, ancora oggi, quando il sipario si chiude, la tragedia di Macbeth non appare come una storia lontana. Assomiglia piuttosto a un monito antico che continua a interrogare il presente.
Recensione recita del 5 marzo scorso.
