(Alessandra Giorda) Al Teatro Regio di Torino La Cenerentola di Gioachino Rossini ha inaugurato il 2026 e lo ha fatto con una lettura che ha saputo coniugare leggerezza, precisione musicale e finezza drammaturgica. L’opera, tra le più amate dei capolavori rossiniani, continua a parlare al pubblico contemporaneo, dopo 209 anni, con la sua miscela irresistibile di ironia, tenerezza e virtuosismo vocale. Il titolo originale è La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo e fu rappresentata per la prima volta il 25 gennaio 1817 al Teatro Valle di Roma.
La favola “senza magia” ideata da Jacopo Ferretti, prende vita in scena con un ritmo serrato e una narrazione fluida, che valorizza tanto il gioco teatrale quanto la dimensione più intima dei personaggi. Cenerentola non è soltanto la ragazza perseguitata dal destino, ma una giovane donna capace di scegliere- non più ignorante, ma avvezza all’istruzione- che sa perdonare e trasformare la propria sorte: un’eroina moderna, tratteggiata con sensibilità e coerenza.
Firma la simpatica regia Manu Lalli, con le deliziose scene di Roberta Lazzeri, i raffinati costumi di Gianna Poli e le belle luci Valdi Spigarolo. Rammento che tale allestimento ha visto la luce a Firenze nel 2017, nel cortile di Palazzo Pitti, successivamente ripreso nel 2024 al Teatro del Maggio. Tutti i torinesi presenti in sala, al Regio di Torino, sono rimasti stupiti nel vedere nell’ultimo quadro dell’opera la Galleria Grande della Reggia di Venaria, capolavoro assoluto dell’architettura di tutto il Settecento, che ha affascinò la la viterbese Lalli.
Sul piano musicale, la partitura rossiniana scorre con brillantezza, sostenuta da l’Orchestra del Teatro Regio attenta alle sfumature dinamiche e ai tempi teatrali guidata sapientemente da Antonino Fogliani, al debutto al teatro lirico torinese, che conferma di avere un rapporto naturale con Rossini. Plausi anche per il Coro istruito molto bene da Piero Monti.
Il cast vocale non si distingue, purtroppo, per omogeneità e solidità interpretativa.
L’Angelina- Cenerentola- di Vasilisa Berzhanskaya, che ricopre ruoli da soprano e mezzosoprano, conferma come scelte non del tutto affini al proprio strumento possano produrre risultati inferiori alle attese, peraltro molto alte trattandosi di una delle voci più interessanti del panorama internazionale. La prova resta professionale, ma non pienamente risolta sul piano dell’aderenza stilistica e vocale al ruolo.
Il Don Ramiro di Nico Darmanin, emerge come un principe nobile e credibile, sostenuto da una linea di canto luminosa e da un fraseggio raffinato, dove il tenore maltese si è messo ben in luce snocciolando una recita assai piacevole.
Efficaci e teatrali i due “animali da palcoscenico”, motori comici dell’azione, che sanno coniugare verve scenica e precisione musicale: Roberto De Candia e Carlo Lepore.
Infatti Dandini, ruolo affidato a Roberto De Candia, è chiamato a coniugare agilità, chiarezza di dizione e senso teatrale. La scrittura rossiniana gli riserva pagine di grande virtuosismo comico, a partire dalla cavatina d’ingresso “Come un’ape ne’ giorni d’aprile”, che ne delinea subito il carattere spigliato e vanitoso, fino sulle note nel secondo atto de “Alfine sul bracciale”, dove Dandini commenta con gusto ironico la fine della sua finta identità principesca. In entrambe le arie, il canto fiorito, il sillabato rapido e il gioco degli accenti richiedono un interprete capace di unire precisione musicale con fantasia espressiva e il brillante baritono pugliese ha sfoggiato uno smalto vocale ed interpretativo da manuale. Fortemente empatico, ha dato luce ad uno dei perni drammaturgici dell’opera e ad uno dei ritratti più riusciti del teatro comico rossiniano.
Don Magnifico è il patrigno di Angelina: un nobile decaduto, vanesio e opportunista, che sogna di risollevare le proprie sorti dando in sposa le figlie al principe. È una delle grandi maschere buffe del teatro rossiniano, caricaturale, ma mai priva di una sua amara verità umana. Motore comico dell’intreccio, incarna la satira delle ambizioni sociali e della vanità di chi vive di apparenze e Carlo Lepore lo sa bene, colpendo per intelligenza interpretativa e solidità vocale. Il fraseggio è curato, la parola sempre chiara, la voce ben timbrata, sicura e salda, sono ingredienti che arricchiscono l’interpretazione abbondante di sfumature. Il basso napoletano scolpisce un personaggio vivo e teatrale, nel solco della grande tradizione buffa italiana, dove nulla è lasciato al caso, confermandolo un eccellente interprete.
Chiudono il cast Maharram Huseynov, nei panni di Alidoro, basso dalla voce assai interessante e le bravissime Albina Tonkikh (Clorinda) e Martina Myskohlid (Tisbe), cantanti del Regio Ensemble.
Teatro pienissimo e pubblico gaudente.
Recensione della recita del 20/01/2026
