(Christian Speranza)
Emblematica figura di passaggio fra il tardo Romanticismo e le avanguardie novecentesche, Gustav Mahler nasce a Kaliště, in Boemia, il 7 luglio 1860, secondogenito di Bernhard e Marie Herrmann. Pochi mesi dopo, la famiglia (numerosi fratelli la maggior parte dei quali morti in tenera età) si trasferisce a Iglau, dove, attratto da un vecchio pianoforte, Gustav inizia a strimpellare a quattro anni. A dieci è già in grado di esibirsi. Nel 1875 si iscrive al Conservatorio di Vienna, dove avrà occasionalmente per maestro Anton Bruckner. Si diploma nel 1878 e si iscrive all’Università, dando lezioni di pianoforte per sostentarsi, ma la interrompe quasi subito per dedicarsi anima e corpo alla musica. Sono questi gli anni della sua prima composizione importante, Das klagende Lied, per voci e orchestra, ricavata da leggende popolari tedesche. La propone a giurie ed editori, ma tutti la bocciano (Brahms compreso nel 1881), primo di una sfilza di rifiuti che amareggeranno la sua vita di compositore. Sarà eseguito soltanto nel 1901.
Si scopre però portato per la direzione d’orchestra. Nel 1880 esordisce al Teatro di Bad Hall, presso Linz. Per vent’anni circa si sposta da un Teatro all’altro in distretti più o meno periferici dell’impero austroungarico: Ljubjana, Olomuc, Kassel, Praga, poi di nuovo Linz, dove conosce Carl von Weber, pronipote di Carl Maria, di cui ricostruisce l’ultima opera incompiuta, Die drei Pintos. Nel 1888 questa operazione alza di parecchio le quotazioni di Mahler nell’ambiente musicale colto, almeno come direttore: ha appena concluso la sua Prima Sinfonia, per ora chiamata Poema Sinfonico, ma la chiude prudentemente in un cassetto, assieme agli inizi della Seconda. Intanto, ottiene il suo primo posto stabile di direttore all’Opera di Budapest, dove rimane fino al 1891. Qui debutta come compositore, ma la disastrosa première della Prima, nel 1889, lo induce a ritirarla, a modificarla, e a ripensarci fino al 1896, durante la quale le farà cambiare fisionomia altre due volte. Intanto, i consensi in ascesa come direttore gli valgono il posto ad Amburgo. Qui termina la grandiosa Seconda Sinfonia, che presenta a Berlino nel 1895 con grande successo, proprio nel bel mezzo della composizione della Terza (1893-96).
Ma Gustav vuole di più: mira al cuore dell’impero – a Vienna. E se per essere ammesso deve farsi da ebreo cattolico, ebbene sia. Tanto ormai, «Sono tre volte esule: un boemo tra gli austriaci, un austriaco fra i tedeschi e un ebreo fra tutti i popoli del mondo». Nel 1897 si converte; nello stesso anno diventa direttore principale dei Wiener Philarmoniker e, poco dopo, dell’Hofoper di Vienna.
Ha inizio così per Vienna un decennio di cui ancora oggi si parla, fatto di produzioni operistiche curatissime e intelligenti, sebbene il carattere inflessibile di Gustav e le altissime pretese artistiche lo mettano in cattiva luce presso artisti e orchestrali. Ha però modo di dedicarsi con più calma alla composizione. Lavora nove mesi all’anno, e trascorre l’estate in una villa a Maiernigg, dove si fa costruire sulle rive del lago Wörther una “casetta di composizione” in cui ritirarsi a scrivere. Nasceranno lì le sinfonie dalla Quarta all’Ottava, più svariati cicli liederistici. A una prima fase in cui, sulla scorta del Klagende Lied, l’attrazione per la poesia popolare tedesca gli fa musicare diverse poesie tratte da Des Knaben Wunderhorn (1887-1898), ne subentra una seconda in cui mette in musica liriche di Friedrich Rückert: nascono così i Rückert Lieder (1901-1902) e i Kindertotenlieder (1901-1904).
Finalmente Mahler può dirsi arrivato. Gli manca solo l’amore. E l’amore arriva, dopo alcune storie giovanili finite male (una di queste gli aveva ispirato i Lieder einen fahrenden Gesellen, 1884), nella donna reputata la più bella di Vienna: Alma Schindler, di vent’anni più giovane. La conosce nel 1901, quando prende lezioni di composizione da Alexander von Zemlinsky, che la ama e che non può far altro che rassegnarsi di fronte a Gustav «ossigeno puro» Mahler. Lui le chiede la mano dopo una passeggiata in mezzo alla neve, e lei accetta. Si sposano nel 1902, e l’Adagietto della Quinta Sinfonia è una esplicita dichiarazione che più bella non si può. Tenta anche di ritrarla in un tema della Sesta, aggiungendo: «non so se ci sono riuscito; ma devi lasciarmi fare». Ma nella Sesta (scritta nel 1903-04), in seguito ribattezzata la “Tragica”, tanti hanno voluto vedere una premonizione dei tre colpi fatali del 1907: la morte della primogenita Maria Anna (“Putzi”), l’endocardite che lo avrebbe portato alla morte e le dimissioni dall’Hofoper di Vienna, che le tensioni e l’antisemitismo (non era servito a molto convertirsi) lo avevano indotto a rassegnare. Dirige ancora una volta la Seconda in segno di addio, dopo che Quarta (1900), Quinta (1903), Sesta (1906) e Settima (1908) erano state bistrattate dalla critica – un po’ meglio era andata alla Terza, nel 1902. «Il mio tempo verrà» diceva.
Rivedere quella bambina sgambettare lungo le rive del lago è troppo. La coppia decide di vendere la villa di Maiernigg e di trovare un’altra sistemazione per l’estate. La trovano in una frazione di Dobbiaco, in Trentino, dove, in un’altra casetta di composizione, ancor più piccola, ancor più modesta, nascono le ultime composizioni, Das Lied von der Erde, su poesie cinesi, la Nona Sinfonia e la Decima, che non completerà. Aggiungiamoci anche un quadro di infedeltà familiare, in cui Alma intraprende una relazione con l’architetto Walter Gropius, ed ecco un Mahler sull’orlo della depressione (da cui nel 1910 tenta di salvarlo Freud, durante una chiacchierata a Leida in Olanda durata un pomeriggio intero).
La sua fama di direttore convince New York a ingaggiarlo per la stagione 1909-10, in aperta rivalità con Arturo Toscanini. Il 16 gennaio 1910 dirige la seconda esecuzione assoluta del Rach 3, con Rachmaninov al pianoforte: uno dei trionfi di quegli anni. Tornato indietro, nello stesso anno abbozza la Decima a Dobbiaco, capendo che non ne avrà per molto: «für dich leben! für dich sterben! Lebwohl! Lebwoh! Almschi!»: «per te vivere! per te morire! Addio! Addio! Piccola Alma!» si legge sull’ultima pagina manoscritta. Parole rivolte ad Alma, ma potremmo anche pensare alla musica, ricollegando l’altra sua frase famosa: «Dirigo per vivere e vivo per comporre».
Il 12 settembre 1910 dirige a Monaco la sua colossale Ottava, scritta quattro anni prima ancora sul Wörther, alla presenza di numerosi compositori e intellettuali – Ferruccio Busoni ne è entusiasta, Stefan Zweig ne parla in termini elogiativi, Thomas Mann gli scrive la sera stessa un biglietto di congratulazioni. Un vero e proprio evento, con oltre mille musicisti impegnati nell’esecuzione (!) di quella che passa alla storia come “la sinfonia di mille”. Nel privato, la crisi familiare sembra allontanarsi: la coppia discorre a notte alta della serata, con la partitura sul tavolo dedicata alla sua amata Almschi, accanto al lettino di Anna (“Gucki”), la secondogenita. Marito non facile, Gustav, che ha tarpato per anni le ali della composizione alla moglie impedendole di scrivere e che solo tardivamente scopre i suoi deliziosi Lied. Cercano di trarre un bilancio, ciascuno con le sue colpe e le sue ragioni…
Ma è troppo tardi per riassestare veramente il tutto. La nave li aspetta. L’ultima stagione di concerti newyorkesi, 1910-11, è sfibrante, e al ritorno l’endocardite galoppa a tal punto Gustav non riesce più a parlare. Muore al sanatorio Löw di Vienna, il 18 maggio 1911. Nonostante la richiesta di Mahler per un funerale sobrio e modesto, un po’ come per Verdi l’evento attira numerose personalità, che forse solo in quel momento capiscono chi e che cosa la musica e l’umanità hanno perso. E c’è chi ha testimoniato che l’uccello che per ultimo vola sul mondo in distruzione, impersonato da flauto e ottavino al termine della Seconda, in una pagina che mette in scena niente meno che il giudizio universale, abbia cantato anche durante la cerimonia funebre di Mahler…
Ma i suoi resti non riposano a Vienna, in quel Zentralfriedhof che ospita il cenotafio di Mozart e le tombe di Beethoven, di Brahms, di Schönberg, degli Strauss e di tanti altri. Lui si trova al cimitero di Grinzing, poco fuori Vienna, con una lapide che riporta soltanto nome e cognome: «Chi mi conosce, sa chi sono stato; gli altri non hanno bisogno di saperlo».
Ed è affinché chi legga sappia, che ho scritto queste righe.
