Romeo e juliette TV2 Opera

(Zelia Carbone) Tra passione e destino, Roméo et Juliette di Charles Gounod torna a emozionare con la sua lirica intensità, per la prima volta sul palcoscenico del Teatro dell’Opera di Roma dove un capolavoro senza tempo ha preso vita. L’allestimento si è rivelato un’esperienza di rara intensità, capace di unire una fedeltà profonda allo spirito dell’opera con una visione contemporanea mai scontata.

La regia di Luca De Fusco ci regala una lettura moderna, in alcuni tratti addirittura dispotica, ma necessaria per ricordarci quanto l’amore sappia essere una rivoluzione.

Fin dall’apertura, l’uso sapiente del velatino crea un’atmosfera onirica e suggestiva: la scena si apre con il coro vestito in stile anni ’40, con ombrelli neri e maschere scheletriche sotto una pioggia battente, trasformando l’incipit in un funerale che suona come una profezia dell’epilogo finale.

I costumi così come le scene sono di Marta Crisolini Malatesta e ci colpiscono per il loro carattere industriale, con una struttura a due piani e una scala centrale che richiama le uscite antincendio, mentre gli archi dechirichiani della prima parte si trasformano nel razionalismo aspro del secondo atto, tutto sapientemente animato dai video di Alessandro Papa.

In questo spazio si muovono le luci di Gigi Saccomandi, capaci di armonizzare i volumi per poi farsi lame taglienti nei momenti cruciali. I costumi giocano su un mix affascinante tra dettagli d’epoca, come le gorgiere, e il rigore scuro degli anni ’40.

 Straordinaria la scelta cromatica per Giulietta, che in rosso scoppia di vita per poi perdere colore man mano che la spensieratezza lascia il posto al tormento, sfumando nel rosa, nel cipria e infine nel bianco del finale. Romeo resta invece in azzurro, unica piccola pecca di un guardaroba che forse avrebbe meritato un cambio simbolico simile a quello della protagonista.

Sul piano vocale, Duke Kim è un Romeo dal timbro di rarissima eleganza e dalla tecnica ineccepibile, capace di gestire le mezze voci con un controllo del fiato che è l’anima stessa del repertorio francese; la sua presenza scenica lo vede sbocciare piano, fino a liberare tutta l’energia distruttiva nel finale.

 Accanto a lui, Vannina Santoni è una Giulietta dall’estensione e dall’armonia uniche, capace di superare ogni aspettativa nell’aria Je veux vivre, dove ha scatenato un applauso a scena aperta memorabile grazie a un’agilità vocale cristallina e mai fine a se stessa. La Santoni è notevole e incisiva come poche, capace di dominare il palco e mantenere un’emissione ferma anche mentre sale una scala di spalle, dimostrando un talento fuori dal comune.

Non mancano citazioni colte, come nella scena del balcone dove l’impianto richiama La Flagellazione di Piero della Francesca, ma reinterpretata in stile primo Novecento con ringhiere in ferro.

Nel secondo atto l’atmosfera vira verso il dopoguerra: il matrimonio tra i sacchi che ricordano una trincea e il Duca che appare come un colonnello dell’esercito.

Il cast si completa con gli altri numerosi interpreti, a seguito citati, dei quali si riconosce il merito e si spendono plausi per:  Frère Laurent-  Nicolas Courjal, Mercutio-  Mihai Damian, Stéphano-  Aya Wakizono, Capulet- Christian Senn, Tybalt – Valerio Borgioni, Gertrude- Géraldine Chauvet, Le Duc de Vérone- Nicolas Courjal,  Pâris- Alejo Álvarez Castillo, Benvolio,- Raffaele Feo, Gregorio – Alessio Verna.

 Il tutto è sorretto da un Coro supremo sotto la guida del M° Ciro Visco e da un’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma  insuperabile diretta dal M° Daniel Oren, il cui merito è stato quello di assecondare i solisti con una cura dei volumi millimetrica.

La scena della morte, poetica all’inverosimile, è di quelle capaci di strapparti il cuore e rimettertelo nel petto, chiudendo un cerchio perfetto tra visione registica e pathos musicale.

Ph ® Yasuko Kageyama